Dei diritti mal reclamati.         Quando la violenza passa dalle parole

Dei diritti mal reclamati. Quando la violenza passa dalle parole

ATTUALITA’:

L’altalena me la regalò nonno Tai. Imponente e rossa fu sistemata dai miei in giardino. Ci montai su per la prima volta che non avevo ancora quattro anni. Non sono mai scesa.

Il mio procedere è da sempre così, come sull’altalena: un momento prima ho i piedi ben piantati a terra e il momento dopo mi ritrovo sospesa, le gambe ciondoloni, la testa affondata nelle nuvole e percorsa da una strana ebbrezza, destinata però ad affievolirsi nel giro di poco per trasformarsi nel suo contrario, almeno fino all’arrivo della prossima spinta, che può venire da me stessa o arrivarmi dall’esterno. Non importa. In basso e poi subito in alto, di nuovo giù e ancora su…

Questa sono io: Michela l’altalena Murzilli. 

Cosa faccio nelle pause tra un giro e l’altro?! annoto ciò che dalla prospettiva alta o da quella bassa del mio perpetuo oscillare attira la mia attenzione e mi accende. 

Quando Annalisa mi ha chiesto se volevo essere dei suoi deve avermi beccata allo zenit dell’altalenare perché non ho esitato a rispondere: “ci sto!”. 

Il secondo dopo ero nel panico totale, ma ormai era troppo tardi. La ‘rotativa’ era partita e non la puoi fermare. 

Mi occuperò di Politica (nel senso ampio del termine) e di “varie ed eventuali”. 

Vedete Voi dove collocare questo mio esordio. 

Possono delle istanze, sebbene fondate nella sostanza, essere reclamate tanto male da sviare dal senso profondo della richiesta stessa?
Me lo domando ogni volta che mi imbatto in un dibattito condotto da ‘talebani’ sostenitori di una categoria a scapito di un’altra. Si inizia quasi sempre con l’intavolare un discorso muovendo da buone premesse, salvo scoprirsi, a metà del ragionamento, a parlare come un testo di insiemistica: di qua un “Noi”, di là un “Voi” e nel mezzo un fossato popolato da famelici coccodrilli.
Me lo sono domandata anche qualche sera fa nel bel mezzo di un assembramento composto per la maggior parte da donne, che rivendicavano assoluta libertà di scelta, anche in riferimento all’utilizzo del proprio corpo, e denunciavano le varie e tante forme di prevaricazione che ancora esistono – eccome – a partire dalla famiglia.
Non mi riferisco ‘solo’ alla orribile violenza fisica, ma alle forme più subdole di subalternità, tipo quella economica, dalla figura maschile.

“Vai – mi sono detta – unisciti a loro!  Come si fa ad essere contrari?!”.
Ero a un passo dal farlo, quando da dietro irrompeva una voce: “Voglio esse libera de annammene ‘ngiro col sedere de fori e nessuno me deve toccà!”.
Una donna sulla quarantina filmava e commentava la manifestazione affidando le sue riflessioni alla rete.
Ma davvero qualcuno pensa di reclamare e ottenere rispetto a colpi di sedere di fuori?!
E’ finita che ho tirato lungo.

Ora è evidente che la frase in questione non può essere estrapolata dal contesto, né tantomeno essere indicativa dell’intera manifestazione, che personalmente non condivido, ma che comunque ha il suo perché. Ne sono ben cosciente. Il punto qui è un altro: l’episodio è emblematico dell’uso distorto che comunemente facciamo delle parole. Tutti, a partire dai professionisti della comunicazione, che volutamente gonfiano o sgonfiano, distorcono, piegano le parole per indirizzare o sviare da un tema, compiacere o delegittimare e, a volte, aizzare gli animi. Specie su alcuni temi caldi.

Ormai però cronisti siamo tutti. Quante volte ci troviamo a prendere la realtà, o meglio la nostra realtà, e a gettarla nel mare magno della rete? Senza i giusti filtri. Senza soffermarci sul significato dei termini scelti per confezionare il messaggio. Senza soppesarne gli effetti. Senza pensare a chi e come arriverà.

L’ho presa larga per significare che in mezzo a tanti diritti, urlati, pretesi, abusati, negati, io rivendico il diritto all’uso corretto delle parole.
Si perché poche cose sono davvero accessibili a tutti indistintamente come le parole, le quali possiamo impiegare con la massima discrezionalità arrivando pressoché ovunque.
E allora perché il più fondamentale tra i diritti è anche il più violato?!
Le parole sono armi da maneggiare con estrema cura. Nel quotidiano, in famiglia, con gli amici, a scuola e a lavoro.
Le parole insegnano. Possono fare molto male oppure curare.
Le parole esaltano o mortificano.
Le parole arrivano potenti.
Le parole (o la loro assenza) provocano guerre. Grandi e piccole. E poi occorreranno altre parole, accompagnate dai gesti, per sancire la pace.
La violenza che dilaga, nell’intimità dei rapporti, così come nella società e in rete, per tanta parte, è figlia delle parole abusate.

Michela Murzilli

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