Quando è meglio dire “no”! Il sottile confine tra cura e accanimento

Quando è meglio dire “no”! Il sottile confine tra cura e accanimento

ATTUALITA’:

Tra tutte le impegnative tematiche bioetiche, quelle relative al “fine vita” sono senza dubbio le più complesse. L’ovvia impossibilità di pronosticare il momento del decesso e la estrema diversità del quadro clinico di un paziente rispetto ad un altro rendono davvero arduo stabilire confini netti e invalicabili tra eutanasia e accanimento terapeutico.

Su quest’ultimo, nei giorni, scorsi, si è concentrata l’attenzione dell’opinione pubblica a partire da alcune considerazioni espresse dal Sommo Pontefice nel messaggio inviato al convegno della “World Medical Association”. E’ forse opportuno prendere le mosse da una definizione, per così dire “classica”, di accanimento terapeutico per poi valutarne la liceità morale. Per accanimento terapeutico intendiamo un insieme di interventi medici sproporzionati rispetto ai risultati che si possono ragionevolmente ottenere e che impongono ulteriori sofferenze al paziente terminale senza che vi sia una probabile prospettiva di contrastare la malattia. Risulta evidente, anche ai meno esperti, quanto è difficile nel caso concreto stabilire una netta linea di demarcazione tra accanimento terapeutico ed eutanasia.

Ciò che va, sempre e comunque, tenuto in considerazione è che la qualifica di utile o inutile deve riguardare solo l’efficacia del mezzo terapeutico, mai la qualità della vita del paziente. Tra il cosiddetto accanimento terapeutico e la diretta soppressione di una vita umana (eutanasia) si collocano una serie di pratiche mediche che devono essere accuratamente definite nella loro specifica valenza morale. Compito – ribadisco – non sempre agevole. In tal senso va rifiutata la categoria che potremo definire “speranza terapeutica” che, a partire dalla singolarità di ogni situazione e dalla effettiva impossibilità di stabilire a priori l’evoluzione clinica di ogni singolo malato, favorirebbe, fino a rendere doverosa, ogni forma, anche estrema, di trattamento. Allo stesso modo va respinta la diffusa identificazione tra trattamenti e cure che vanno tenuti, invece, rigorosamente distinti, specie nei confronti di malati in stato vegetativo permanente. Nutrizione e idratazione sono cure, anche se somministrate artificialmente, ma che non si rivolgono a malati terminali e, per tale motivo, non possono in alcun modo venire assimilati all’accanimento terapeutico.

Sono temi, questi, da affrontare con la massima serietà e pacatezza e, come auspicato dal Papa, in “un clima di reciproco ascolto” tra diversità di appartenenze religiose e convinzioni etiche. Un’occasione ci viene offerta dall’incontro-dibattito “Il torto di Charlie” con Assuntina Morresi, autrice del libro “Charlie Gard Eutanasia di Stato”, organizzato da “Generazione famiglia Circolo Monti Prenestini”, in programma venerdì 24 novembre, alle ore 21, presso la biblioteca comunale di S. Vito Romano (Roma).

Zio Baldone

Foto tratta dal web

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