Raccontare sì ma dentro le regole

Raccontare sì ma dentro le regole

 ATTUALITA’:

Il grave episodio di cronaca accaduto a Roccasecca – il padre suicida accusato di violenza sulla figlia – ha provocato una prevedibile, purtroppo, spirale di morbosa curiosità che, come spesso accade, ha spinto taluni operatori della comunicazione a varcare quella sottile, per tanti invisibile, soglia che separa il dovere di cronaca dalla tutela della minore e della altre persone coinvolte nella drammatica vicenda.

L’atteggiamento dei media ha provocato la reazione del Garante per la privacy che è intervenuto chiedendo di non fornire dettagli “che ledano riservatezza della minore e dei familiari”. Ecco il testo del comunicato: “Con riferimento alle notizie riguardanti il suicidio del padre accusato di violenza sessuale nei confronti della figlia minore, il Garante per la protezione dei dati personali richiama tutti i media ad astenersi dal riportare informazioni e dettagli che possano condurre alla identificazione della ragazza e ledere la riservatezza e la dignità di tutti i familiari coinvolti nella vicenda. Il Garante ricorda che, pur nel legittimo diritto di cronaca riguardo a fatti di interesse pubblico, è doveroso che i media si comportino con responsabilità, evitando di pubblicare informazioni che – anche quando provengano da fonti ufficiali – possano rendere, anche indirettamente, riconoscibili le vittime di abusi, danneggiandole ulteriormente. La divulgazione di tali informazioni risulta ancor più grave se si tiene conto che la vittima è una persona minore di età, alla quale l’ordinamento (Codice privacy, Codice penale, Carta di Treviso, Convenzione dei diritti del fanciullo) riconosce una tutela rafforzata”.

Non credo sia vostro interesse sorbirvi una lezione sulle regole e disposizioni deontologiche contenute nei vari documenti sopra citati, che dovrebbero essere la stella polare di ogni giornalista nella tutela, via via rafforzata, della riservatezza del minore, ma l’argomento merita quantomeno una considerazione di carattere generale; non fosse altro per il fatto che – o dalla parte di lettori/ascoltatori/spettatori o da quella di potenziali protagonisti di fatti di cronaca – può capitare a tutti di imbatterci in una situazione di questo tipo. Nel mio particolare (per essere una giornalista) punto di osservazione degli eventi c’è un sano principio al quale non ho mai derogato, o perlomeno ho cercato di farlo: il buon senso. Dovrebbe essere il buon senso a impedirci di pubblicare, ad esempio, brani del tema col quale la ragazza di Roccasecca ha scelto di raccontare di aver subito una violenza; è il buon senso che dovrebbe frenarci quando siamo tentati di aggiungere particolari (istituto scolastico frequentato, dettagli su amici, parenti) a quella essenzialità dell’informazione alla quale siamo tenuti. E’ sempre il buon senso, insomma, che dovrebbe suggerire di non fornire elementi che consentano di risalire all’identità della giovane, perché l’interesse principale è la sua tutela. Lei che, già scossa per la presunta violenza subita, dovrà metabolizzare un evento luttuoso grave che aggiunge angoscia ad angoscia. Intanto bisogna accertare se quanto raccontato nel tema e dato in pasto ai fruitori della notizia sia vero o se sia stato inventato.

Annalisa Maggi

Immagine dal web

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