Il Carnevale e la “Canta dei Mesi”

Il Carnevale e la “Canta dei Mesi”

CULTURA:

Per un popolo di contadini e pastori, abituato alla dura vita nei campi e a vincolare il proprio nutrimento e la propria sussistenza alla clemenza della Natura, i riti del Carnevale, nei mesi a cavallo tra il cupo inverno e la primavera, sorsero come evento spontaneo per festeggiare la fine dei mesi più duri dell’anno. Con l’era Cristiana, il periodo fu visto poi anche come un momento di tregua prima del digiuno quaresimale, ineliminabile per un popolo che il digiuno lo faceva “forzatamente” per tutto l’anno.

Tra i rituali più importanti del Carnevale, ci sono sicuramente quelli dedicati al tempo, espresso sia in mesi che in stagioni. Uno di questi è la “Canta dei Mesi” che, oltre ad essere un retaggio degli “ambarvalia” – una serie di riti che si svolgevano nell’antica Roma alla fine di maggio per propiziare la fertilità dei campi e celebrare la dea Cerere – è un’allegoria che vuole essere, nel contempo, omaggio e devozione per ciò che Madre Natura offre nel susseguirsi delle stagioni.

Nei secoli passati, la tradizione delle cantate dei mesi aveva quindi una funzione apotropaica, in quanto serviva ad iniziare il nuovo anno evocando buoni auspici ma, il più delle volte, era legata ai riti della questua che avevano la funzione di ristabilire la condizione economica in una comunità.

Le maschere de “I Mesi” sono presenti quasi in tutte le regioni italiane, con le proprie varianti e forme diverse relative sempre e comunque all’anno agricolo di quella zona. Alcuni mesi sono simili, hanno gli stessi oggetti, dicono e cantano cose simili, altri differiscono del tempo solare di un mese (quello che è giugno in un luogo è luglio in un altro), in alcune zone i mesi viaggiano a piedi, in altre cavalcano animali, in altre ancora sono su carri. Ogni comunità conserva i suoi testi (tramandati oralmente nel corso dei secoli) e le sue performance ma quasi tutte prevedono la figura di Capodanno oltre a quella di Pulcinella a sud o Arlecchino a nord, nelle vesti di presentatore e cerimoniere. Tutti i protagonisti delle varie rappresentazioni sono lo specchio di un microcosmo sociale proprio della realtà contadina.

A Paliano la rappresentazione dei 12 mesi viene tuttora cantata, in occasione del Carnevale, nelle piazze ed agli incroci delle strade, e si apre con la presentazione dei Mesi da parte della figura del “Padre” (cioè l’anno):« Io sono quel vecchio padre con dodici figli, ciascuno di loro ha trenta figlioli e io l’adoro come rose e gigli in mezzo a pratoline e a viole…»; poi interviene “L’Autore” (cerimoniere) che li elenca con le loro caratteristiche più significative:« Nevica, son Gennaio e qui comincia l’Anno…»; quindi ogni mese vestito con un costume adeguato al suo ruolo, illustra le sue caratteristiche meteorologiche, i santi che si festeggiano durante il suo periodo, i lavori tipici. Chiude la rappresentazione l’Autore, augurando buon Carnevale (Capodanno) alla gente, mentre alcuni suonatori assicurano l’accompagnamento musicale con fisarmoniche, chitarre e tamburelli.

(immagine: rappresentazione del Canto de “I Misi” di Paliano, Carnevale 2003)

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