Il Precetto Pasquale d’altri tempi

Il Precetto Pasquale d’altri tempi

STORIE:

Il Precetto pasquale, ossia l’obbligo morale e giuridico stabilito dalla Chiesa Cattolica di confessarsi e prendere la comunione almeno a Pasqua, venne codificato da Papa Innocenzo III con il Quarto Concilio Lateranense del 1215 (Constitutiones XXI – De confessione facienda et non revelanda a sacerdote et saltem in pascha communicando).

Ne troviamo traccia anche nell’antico Statuto della Terra di Paliano del 1531, che raccoglieva il complesso di norme che regolavano la vita della comunità, ove, al Capitolo XXXI, si tratta: «Di coloro che non si confessano almeno una volta all’anno e non si comunicano». Così recita il testo :«Stabiliamo e ordiniamo che chiunque di ambedue i sessi nell’età adatta ogni anno a Pasqua debba confessare i suoi peccati e prendere l’Eucarestia come conviene ai buoni cristiani, diversamente ammonito per tre volte dal proprio sacerdote, e dopo aver omesso di eseguire l’ammonizione, come eretico dalla stessa terra venga espulso e come pecora puzzolente venga segregato dal consorzio del Cristiani».

Nei secoli passati, l’osservanza del precetto pasquale era infatti rigidamente disciplinata. Gli “Stati delle anime”, liste che i parroci compilavano ogni anno, dal Cinquecento al 1870, servivano a controllare che tutti gli adulti e battezzati, ad eccezione dei pubblici peccatori, si confessassero e ricevessero la comunione. A certificare l’adempimento degli obblighi veniva rilasciato un apposito biglietto che, nella Roma papalina, divenne oggetto anche di un vero e proprio commercio.

«Er bijetto se crompra e sse venne», scriveva nel 1834 il Belli che, con la sua pungente satira, denunciava quella che riteneva un’ingiustizia. «Nun prenno pasqua: ebbè? scummunicato/ ho ppiù ffed’io, che un Giuda che la prenne»: all’epoca però le autorità erano di diverso avviso. Nella pratica si ritrovava dunque schedato non tanto chi non aveva rispettato il precetto pasquale, quanto coloro che non disponevano di «un scudo da rigalà ni ar sagrestano pe’ ffasse procurà un vijetto, ni a quelli bbizzocchi farzi che ppijaveno Pasqua pe’ lloro», come ci ricorda, con la sua consueta vivacità, Giggi Zanazzo, noto scrittore di cose romane. In quel tempo i cattivi, cioè quelli che «nun avevano pijato Pasqua», vedevano il loro nome scritto su un cartellone, appeso su di una colonna, ora scomparsa, all’esterno della chiesa di S. Bartolomeo all’Isola Tiberina, il 27 agosto di ogni anno. Questo perché chi non rispettava gli obblighi religiosi commetteva peccato mortale e, di conseguenza, veniva scomunicato, interdetto dagli uffici religiosi e senza sepoltura ecclesiastica. Si arrivava addirittura al carcere e alle pene corporali. Gli scomunicati, per tornare in grazia di Dio, dovevano partecipare ad una funzione nella quale, tra l’altro, ricevevano in pubblico alcuni colpi di frusta sulle spalle.

A Paliano, ancora nei primi anni del ‘900, a tutti soci della locale Cassa Rurale, emanazione della Società cattolica “Fede e Lavoro”, era fatto obbligo di soddisfare il Precetto pasquale. A certificare l’avvenuto adempimento, veniva rilasciato dalla Presidenza un biglietto che comprovasse l’atto compiuto, mancando il quale il socio era anche passibile di espulsione.

Oggi l’idea della ‘fede imposta’ ci appare una contraddizione in termini: per secoli non fu così, né a Roma né altrove, e il fervore religioso spesso celava la paura della repressione.

Immagine di copertina:

Ricevuta rilasciata dalla Chiesa Collegiata di S. Andrea Apostolo di Paliano attestante l’adempimento del Precetto Pasquale. Anno 1779. (Tratta da: AA.VV., Dalla Cassa Rurale di Prestiti a Banca di Credito Cooperativo di Paliano “1909-2009”, Alatri 2009).

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