L’Albero del Maggio, da rito precristiano a tradizione popolare

L’Albero del Maggio, da rito precristiano a tradizione popolare

CULTURA:

Il Calendimaggio, da una locuzione latina che significa Primo Maggio (le Calende essendo presso i romani, il primo giorno del mese), era una festa antica, originariamente pagana e presumibilmente celtica, consacrata alla celebrazione della primavera, al risveglio e alla rigenerazione della natura. Il Primo Maggio segnava l’inizio del trionfo della luce sulle tenebre e continuò ad essere celebrato anche dopo la cristianizzazione, tant’è vero che dalle feste celtiche è derivato il Calendimaggio medievale.

Anticamente le festività coprivano un ampio periodo e comprendevano anche banchetti, riti orgiastici e notti danzanti, che terminavano con l’espulsione rituale dei morti, ovvero con l’avvento della «nuova vita». Sulla notte vegliava la «Mater Magna» della fertilità che dominava allo stesso modo il destino dei semi e quello dei morti.

In questa nuova porta, gli spiriti (che si erano manifestati nell’Inverno) dovevano essere ricacciati nel loro regno in modo che la vita tornasse a trionfare.

Con l’avvento del Cristianesimo anche questa festa doveva perdere le sue caratteristiche di esaltazione della natura e venne trasformata in un convegno di spiriti e streghe che vennero banditi definitivamente grazie all’intervento di Santa Valpurga, monaca inglese (710-778) e badessa del monastero tedesco di Heidenheim; santa che ha ereditato, in questo modo, le funzioni della Grande Madre e ha dato il nome alla notte.

Il 1° Maggio, cacciate le streghe, ovvero ricacciati i morti negli inferi, si portava, e si porta ancora dove la tradizione è sopravvissuta, un albero dal bosco collocandolo in mezzo al paese: è l’Albero di Maggio o semplicemente il Maggio, venerato come simbolo della nuova stagione e delle promesse di abbondanza. Sull’albero sfrondato, cui rimaneva solo una corona di foglie, venivano posti salsicce, dolci, uova e altri cibi e nastri variopinti. I giovani vi si arrampicavano per impossessarsene: una sopravvivenza di queste usanze si ritrova negli alberi della cuccagna delle nostre fiere. Attorno ad esso si intrecciavano anche danze o si recitavano i maggi, brevi rappresentazioni teatrali.

Maggi erano anche i ramoscelli offerti dai ragazzi alle fanciulle in pegno d’amore o portati in processione da gruppi di questuanti che chiedevano cibo o dolciumi in cambio.

E’ alle evoluzioni di questa tradizione che dobbiamo poi, sia la pratica di piantare l’albero della libertà, invalsa nella rivoluzione francese e nelle vicende politiche che comunque ad essa si rifacevano, sia l’attuale festa del Primo Maggio.

Stando ad alcune annotazioni riportate su un registro degli Introiti e degli Esiti del XVII secolo, conservato presso l’Archivio storico comunale, abbiamo notizia che anche a Paliano vi era questa antica usanza di piantare, ogni anno, nella piazza principale del paese, «l’Arbore del Maggio». Leggiamo, infatti, che per l’anno 1691 vengono pagati a tal «Giacomo Fonze giuly dodici per il Maggio, cioè per l’Arbore e le altre spese fatte secondo il solito». Ed ancora, per il 1692: «A di Maggio – Spesi giuly dieci e baiocchi sette e mezzo per l’Arbore del Maggio, condottura e premio...».

(Immagine di copertina tratta dal web)

Fonti bibliografiche:

Cattabiani A., CALENDARIO. Le feste, i miti, le leggende e i riti dell’anno, Mondadori Ed., Milano 2003.

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