Il viceré e la baronessa, una storia d’amore e di morte

Il viceré e la baronessa, una storia d’amore e di morte

STORIE:

Nel gennaio del 1577 Marcantonio II Colonna, Principe di Paliano, venne nominato dal re di Spagna, Filippo II, viceré di Sicilia. Era l’incarico di grande rilievo politico a cui aspirava da tanto tempo e che aveva sollecitato più volte al sovrano. Giunto in aprile sull’isola, l’eroe di Lepanto si mise subito all’opera per cercare di cambiare le tragiche condizioni della Sicilia. Ma la Sicilia cambierà lui che è travolto dalla passione per una giovane donna dalla non comune bellezza «il volto spuma di zucchero, la pelle candida come cera di Venezia».

Nel corso del 1580, l’intera città di Palermo si appassiona al suo amore per Eufrosina Siracusa Valdaura, moglie del barone di Miserendino, Galcerano Gorbera. Non sono tanto le vicende più o meno piccanti fra il viceré ormai maturo e la ventenne baronessa ad appassionare i facondi palermitani, quanto il fatto che nel volgere di pochi mesi, la tresca sembra avere tragiche conseguenze. Accade infatti che l’anziano suocero della donna «oppresso da molti debiti» venga messo in carcere, dove si ammala e muore, «o per rabbia o per altro modo», come racconterà qualche anno più tardi, riprendendo le chiacchiere diffuse, il pettegolo cronista Vincenzo di Giovanni.

Dopo poche settimane, il giovane barone Corbera, marito dell’affascinante Eufrosina, viene invitato da Pompeo Colonna, arrivato in Sicilia al seguito del cugino viceré nonché suo fedele infaticabile collaboratore, «per certa occasione con le galere di Sicilia a Malta». Il barone, orgoglioso di essere coinvolto in una missione per conto del viceré, accetta con entusiasmo l’invito senza alcuna meraviglia. Tuttavia, a pochi giorni dal suo arrivo a Malta, viene trovato morto «con molte pugnalate, senza avere avuto disgusto o inimicizia con nessuno».

Dopo la morte del marito di Eufrosina, ai due amanti è concesso di «esercitare e frequentar l’amore scopertamente»: Marcantonio «non facendo conto dell’autorità e reputazion viceregia», diviene «un altro Marco Antonio con Cleopatra».

La morte dell’anziano suocero prima, quella del giovane barone poi, gli incontri sempre più frequenti fra i due innamorati contribuiscono ad alimentare i pettegolezzi, resi più mordaci dal fatto che in molti scorgono i delicati lineamenti di Eufrosina nelle fattezze della sirena – simbolo del casato del viceré – scolpita sulla fontana che adorna la strada Colonna alla Marina, non lontana da Porta Felice, fatta costruire in onore della moglie. Circolano racconti che maliziosamente insinuano come la stessa moglie del viceré, Felice Orsini, sia al corrente delle avventure del marito e se ne renda complice compiacente. Simili dicerie rimbalzano da un angolo all’altro di Palermo e vengono prontamente raccolte dagli avversari di Colonna. Primi fra tutti quelli del Sant’Uffizio. Le loro accuse legate anche alle scomparse sospette dei congiunti di Eufrosina e alla sua relazione adulterina, giungono alla corte del re di Spagna.

Nel maggio del 1584, il viceré di Sicilia lascia l’isola per recarsi in Spagna al cospetto del re Filippo II. Va dal re per discolparsi dalle accuse? Questa l’ipotesi più accreditata, non condivisa però da alcuni storici. Ma alla corte di Madrid non arrivò mai. Morì a Medinaceli per un male misterioso, il primo agosto 1584. Si è sempre sospettato che fosse stato avvelenato. Aveva 49 anni.

Dopo la morte del viceré, Eufrosina cadde in disgrazia. Sola e abbandonata dalla famiglia di origine, venne aiutata soltanto da una persona, un’amica insospettabile: Felice Orsini Colonna. Pare fosse stato lo stesso viceré prima di partire per la Spagna a raccomandare la giovane alla moglie, promettendole che al suo ritorno l’avrebbe sistemata con un buon partito. Felice ospitò Eufrosina nel palazzo Colonna a Roma e le presentò il nobile romano Lelio Massimo, che già conosceva la bellezza della ragazza e che non si fece pregare a prenderla in moglie. Sembrava che le cose si fossero risolte per Eufrosina, che a venticinque anni aveva già vissuto tante vite, eppure non fu così. I figli di primo letto dell’uomo, contrari al matrimonio per questioni d’onore, le chiesero un incontro riservato avvalendosi di una scusa qualsiasi e la uccisero, il 18 giugno 1585, a poche settimane dalla celebrazione del matrimonio. Lelio Massimo la seguì da presso, poiché morì, poco dopo di lei, di crepacuore. Anche i suoi figli però finirono nella spirale di sangue generata dalla bella Eufrosina: furono infatti arrestati, condannati a morte e decapitati.«Farfalla di morte», l’ha definita in un suo saggio Leonardo Sciascia. Non gli si può certo dar torto.

Immagine di copertina tratta da:

Litta P., Famiglie celebri italiane, Milano 1819-1883.

Marcantonio Colonna il vincitore a Lepanto (acquaforte e acquatinta); Chiari Alessandro (disegnatore); Francesco Citterio, Camera Giuseppe Romolo (incisori).

Fonti bibliografiche:

Bozzano N., Marco Antonio Colonna, Salerno editrice Roma, 2003.

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