“Educhiamo al bello!”

“Educhiamo al bello!”

ATTUALITA’:

“Che Italia è, questa, in cui la bellezza diventa carcere? Il bello va ammirato non imprigionato”. Con questo monito ricorderò la visita di Vittorio Sgarbi a Paliano su invito della famiglia Lisia che ha affidato proprio al noto critico d’arte il compito di inaugurare la mostra “Le 80 sfumature di Lisia” allestita nella sala del Teatro Esperia (rimarrà aperta fino al 19 agosto) in occasione dell’80esimo anniversario della nascita e del 60esimo dall’inizio della apprezzata e riconosciuta carriera di Giacomo Lisia.

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Sgarbi taglia il nastro con la figlia e la moglie di Giacomo Lisia

Il riferimento al carcere è nato dalla capatina che il noto critico, parlamentare e neo sindaco di Sutri (Provincia di Viterbo), si è concesso all’interno della Casa di Reclusione ospitata nella cinquecentesca Rocca dei Colonna situata nel punto più alto della città. Sgarbi si è detto sconcertato dal fatto che gli affreschi raffiguranti l’ingresso trionfale a Roma di Marcantonio Colonna, di ritorno dalla vittoriosa Battaglia di Lepanto nel 1571, sono custoditi in un luogo adibito a carcere e che, di conseguenza, non sono fruibili se non in occasioni eccezionali.

 

Non amo i modi di Sgarbi – e in questa affermazione c’è poco di originale – ma di fronte alla sua capacità di far arrivare a un pubblico variegato un concetto semplice e al tempo stesso complesso come la necessità di “educare al bello” non posso che riconoscere la maestria del professore. Asciugato dell’inutile quando dannosa protervia televisiva, si è imposto per il “garbo” che è consono a chi accarezza la creatura di cui è innamorato. La lezione sulla funzione sociale dell’arte come riaffermazione dell’essenza della natura umana di cui esalta il genio e, in quanto tale, come cibo di cui nutrire “gratuitamente” i ragazzi, i quali “se hanno dieci euro in tasca – ha sottolineato – non vanno di certo a comprare il biglietto per un museo”, è risuonata come un alto richiamo al bisogno di vita, di autonomia, di affermarsi in maniera concreta e visibile a tutti dell’arte stessa.

Da Sgarbi Lisia è stato apostrofato come “la gloria di Paliano…, una specie di patrono dell’arte. Questa è una ragione di unità sociale che può essere il modello per capire che da qui bisogna ripartire. Non sorvegliare e punire (di nuovo il riferimento all’arte celata dietro le sbarre) ma educare, indirizzare, far capire ai giovani che c’è una bellezza che espressa e che va condivisa”. “Uno decide quello che vuole della sua vita – ha affermato Sgarbi – ma, se sceglie l’arte, ha due vantaggi: un innalzamento per sé e la possibilità di mostrarlo anche agli altri. Leopardi diceva che scopo della vera contemporanea poesia, ma si può dire anche come scopo dell’arte, è accrescere la vitalità, farci sentire che quello è qualcosa che ci appartiene, così come siamo stati tutti disegnatori da bambini. Quella spinta iniziale è dentro di noi e non va oscurata, umiliata, maltrattata, ma va coltivata”.

Gli anni in cui si forma Giacomo Lisia sono gli anni del taglio della tela di Lucio Fontana che sembra mettere fine a tutto, invece quelli che hanno continuato, secondo Sgarbi, non devono essere guardati come nemici dell’arte, come “passatisti”. “Dobbiamo rivoluzionare questo punto di vista: non c’è passato, presente e futuro, c’è verità di sentimenti o di emozioni”. E verità di sentimenti e di emozioni si sono coniugati a quello spirito di unità civica intorno all’arte che i palianesi hanno testimoniato ancora una volta ricordando colui che Sgarbi ha definito il “numen loci”.

 

20180804_210809Giacomo ci teneva ad avere la critica di Sgarbi ed ora non potrà che esserne fiero, così come fiero lo sarà di certo della sua famiglia, a partire da Lalla, la moglie onnipresente che lo ha accompagnato nella vita e nell’arte; colei che, continuando ad aprire lo studio in Viale dei Bastioni, accoglie con un sorriso chiunque voglia conoscere l’espressione artistica di un uomo generoso, sensibile, innamorato di Paliano e della Ciociaria.

Annalisa Maggi 

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