Mastro Titta, il boia del papa re

Mastro Titta, il boia del papa re

STORIE:

Giambattista Bugatti, meglio conosciuto con il soprannome di “Mastro Titta” esordì, come giustiziere del governo pontificio all’età di 17 anni, il 22 marzo del 1796, impiccando e squartando a Foligno un certo Nicola Gentilucci, reo di aver ucciso un prete ed il suo vetturino e di aver grassato due frati.

Il Bugatti esercitò la professione di boia per 68 anni, eseguendo in totale 516 condanne a morte, con ogni mezzo: forca, mazzola e squarto, mazzola semplice, ghigliottina. Pene così crudeli e sadiche trovavano giustificazione, secondo le leggi pontificie, nell’indole violenta e feroce del popolo romano: oltre che ai bulli che provocavano continuamente risse e accoltellamenti spesso mortali, bande di feroci briganti infestavano la campagna romana, macchiandosi di efferati delitti, per cui, quando venivano presi, erano giustiziati coram populo, con torture esemplari, in modo da essere indimenticabile monito per i delinquenti e i malvagi.

Chi ha conosciuto “Mastro Titta”, lo descrive per uomo bonario, educato, pronto a offrire prese di tabacco alle vittime, felice quasi di compiere il dovere suo. Solitario, cupo, si aggirava per il rione Borgo, dove abitava, fra il terrore di chi lo riconosceva, ed era assai popolare, perché le condanne a morte del governo papale erano seguite sempre da grandi masse festanti, che si accalcavano sulla pubblica piazza ove si ergeva il patibolo. Al momento in cui la testa della vittima era spiccata dal corpo, o infranta dal colpo di mazzuolo, i padri davano uno schiaffone ai figli “perché ricordassero”.

Da funzionario coscienzioso, Mastro Titta aveva l’abitudine di registrare, in un libretto, le esecuzioni compiute; per esempio: “Gio.Batta Genovesi, «impiccato, squartato e bruciato il corpo» a Ponte, il 27 febbraio 1800; la testa fu portata all’Arco di S. Spirito, per aver rubato due pissidi”.

Ne risulta un lungo elenco agghiacciante, pieno di stupri, omicidi, parricidi, rapine, incendi, ambientati non solo a Roma ma anche in altre località dello Stato Pontificio: Ancona, Orvieto, Perugia, Spoleto, Gubbio, Viterbo, Rieti, Frosinone, Anagni, Velletri, Genazzano, Olevano, Paliano, Patrica, Supino ecc.; miseria, briganti, bassi interessi, pazzia, ira.

In particolare, quando era chiamato a svolgere il suo infame mestiere a Frosinone, Mastro Titta era solito fermarsi a dormire all’Osteria Bianca, famosissima stazione di posta, a metà viaggio tra Roma e il capoluogo ciociaro, ancora oggi parzialmente visibile sulla via Casilina a Colleferro. Si racconta che avesse una camera riservata esclusivamente a lui, che poi,una volta partito, si diceva, venisse ogni volta rimbiancata dai proprietari, come per ripulirla di quella presenza, dando così il nome a quella locanda.

Tra forre, macchie, sentieri di sassi, Mastro Titta si muoveva ubbidiente e preciso; lui andava a cavallo, dietro veniva l’aiutante sul mulo, come due orrendi Don Chisciotte e Sancio Panza. Arrivavano, piantavano il patibolo; un colpo e via. Un’altra annotazione nel taccuino del Bugatti.

Veniamo così a sapere che il 12 luglio 1831 viene “decapitato” a Paliano un certo Massimo Testa del Serrone, reo di barbaro omicidio. Il 21 dicembre 1844, sempre a Paliano, viene “decapitato” Angelo Cesarini di Canistro nel regno di Napoli, di anni 26, reo di omicidio e grassazione in persona del suo fratello cugino. Paliano, durante il governo pontificio, era uno dei capoluoghi dell’antica Delegazione apostolica di Frosinone, con giurisdizione anche su Piglio e Serrone.

Nel 1864, Giambattista Bugatti venne collocato a riposo, su proposta di Monsignor Fiscale, il quale nella sua relazione lo qualifica per «l’illustre Bugatti». Il Consiglio dei Ministri avanzò la proposta a Sua Santità. Pio IX l’approvò il 28 febbraio dello stesso anno concedendogli la pensione mensile di 30 scudi «in vista della di lui senile età e dei lunghissimi servigi». Gli successe come giustiziere Vincenzo Balducci, suo aiutante fin dal 1850. Le esecuzioni del Balducci furono poche (la più famosa quella avvenuta il 24 novembre 1868 nella quale furono giustiziati i patrioti Monti e Tognetti alla presenza di Mastro Titta) perché sopraggiunse la Breccia di Porta Pia ad interrompere la sua carriera. A Giovanni Battista Bugatti non fu dato assistere a quell’avvenimento, in quanto quindici mesi e due giorni prima , esattamente il 18 giugno 1869, egli moriva.

Il suo libretto delle “Annotazioni” venne ritrovato e pubblicato da Alessandro Ademollo nel 1886. Questo taccuino servì poi da spunto e traccia all’ignoto scrittore che, dietro incarico dell’editore Perino, scrisse il romanzo “Memorie di un carnefice”, che uscì a dispense nel 1891. Gli strilloni camminavano per le strade di Roma gridando: “E’ uscita la nuova dispensa di Mastro Titta! Mastro Titta, centesimi cinque!”

 

 

Fonti bibliografiche:

Mastro Titta, il boia di Roma; memorie di un carnefice scritte da lui stesso, Arcana Editrice Roma, 1971.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...