Tornare indietro non è reato

Tornare indietro non è reato

ATTUALITA’: 

Si può! Sì, in pochi e sporadici casi, si riesce a squarciare il velo di una presunta conquista di libertà e rimettere in discussione la legge 194 “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza” conosciuta più comunemente come legge sull’interruzione di gravidanza, valutandone – a quarant’anni dall’entrata in vigore – l’applicazione, gli effetti e le conseguenze senza pregiudizi. Stavolta è accaduto a Verona, nella seduta di consiglio comunale che ha approvato con 21 voti a favore e sei contrari la mozione n. 434 dal titolo “Iniziative per la prevenzione dell’aborto e il sostegno alla maternità nel 40° anniversario della Legge n. 194/1978”.

Il provvedimento sancisce il sostegno alle associazioni cattoliche che mettono in campo iniziative contro l’aborto. Due i progetti contenuti nella mozione che è finita nel tritacarne mediatico a colpi di tweet con l’hashtag #194nonunpassoindietro per timore che possa essere anche solo “riletta” la legge 194. Eppure basterebbe leggerla, invece, per scoprire aspetti che è più comodo mettere in secondo piano per dare spazio alle rivendicazioni degli abortisti. L’articolo 1 riconosce “il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio”. E ancora: “l’interruzione volontaria della gravidanza non è mezzo per il controllo delle nascite”; inoltre “lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che lo aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite”.

Cosa ci sarebbe allora, mi chiedo, di così preoccupante, di tanto medievale, di conservatorismo, di intenti illiberali, di contrario alla libertà delle donne nei due progetti di cui parla la mozione incriminata? Cosa può contenere di tanto lesivo della scelta consapevole e responsabile di una futura madre l’inserimento in bilancio di risorse per finanziare il progetto Gemma che offre alle donne in attesa un sostegno economico per consentire loro “di portare a termine con serenità il periodo di gestazione”? O il progetto regionale Culla segreta, per partorire in anonimato (come già stabilito dalla legge che consente alla madre di non riconoscere il bambino e di lasciarlo nell’ospedale dove è nato) e favorire le adozioni in anonimato dei bambini che altrimenti verrebbero abortiti?

Trovo la risposta ma provo anche pena. Perché forse c’è bisogno, oggi più di quarant’anni fa, di mettere in contrapposizione con argomenti politici e per appartenenza partitica chi si schiera a favore della nascita di un essere umano e chi crede di difendere le donne strumentalizzandone il dolore e la sofferenza. Non a caso, in questa vicenda, ha fatto rumore il voto di coscienza espresso dal consigliere del Pd Carla Padovani a favore della mozione e si ricorderà la messinscena delle attiviste del movimento femminista “Non una di meno” che si sono presentate in aula vestite come le ancelle della serie Tv “Handmaid’s Tale” dove è rappresentata una società governata da un regime misogino ed estremista.

Le donne, come i nascituri, vanno difesi, seguiti e accuditi. Cosa ci può essere di sbagliato a stare concretamente accanto ad una donna che deve decidere se dare la vita o negarla? Non si abortisce a cuore leggero. Mai.

Annalisa Maggi

Immagine dal web

6 pensieri riguardo “Tornare indietro non è reato

  1. Brava Annalisa, un po’ di chiarezza sulla notizia, che ovviamente è stata commmentata da tutti senza il minimo approfondimento (tipico di questi tempi…).
    Poi, sono d’accordo con te solo in parte ma almeno possiamo riflettere meglio con il tuo articolo. Un caro saluto .
    Gianluca Petrarca

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  2. Ciao annalisa, purtroppo in italia si è costretti ad abortire anche per motivi futili. Io sono una lavoratrice a partita iva non per mia scelta e lavoro da quasi 10 anni nello stesso ospedale come figura medica. Nel momento in cui comunicherò il mio stato di gravidanza al mio datore di lavoro verrò licenziata come tutte le altre mie colleghe. L’aborto è implicito e obbligatorio nel mio tipo di contratto, non avendo possibilità di accesso ad alcun tipo di tutela.
    I lavoratori a partita iva in Italia, soprattutto nell’area sanitaria non hanno gli stessi diritti degli altri lavoratori tanto che i loro figli non possono vedersi riconosciuti nemmeno i diritti umani. Quando parlate di aborto pensate anche a quante donne (e solo io ne conosco 6) che devono abortire perché, di fatto, viene loro negato il diritto di crearsi una famiglia, e sono costrette ad abortire se non vogliono perdere il loro lavoro.

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    1. Buongiorno, Lavonia e grazie per averci scritto. Comprendo il suo dramma, comune a tante donne, e compatisco (nel senso etimologico del termine “Cum pateo” soffrire con) la sua posizione, ma reputo assurdo che si possa arrivare a far passare un omicidio – perché tale considero l’aborto – giustificandolo con la necessità di mantenere il posto di lavoro. E’ evidente che non è lei ad aver determinato tale situazione ma fa paura leggere “L’aborto è implicito e obbligatorio nel mio tipo di contratto, non avendo possibilità di accesso ad alcun tipo di tutela”. Chissà cosa succederebbe se provassimo a indirizzare le energie che mettiamo in pantomime come quelle andate in scena al consiglio comunale di Verona per azioni volte a sovvertire un tale stato lavorativo?
      Buona giornata

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    1. Parlavo di azioni collettive finalizzate a porre fine o quantomeno ad arginare con interventi normativi certe pratiche illegali (mi riferisco ai licenziamenti di cui parla lei) e a comportamenti lesivi, questi sì, della dignità della donna.

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