Note sparse sulla Grande Guerra       “Paliano ai suoi eroi” (seconda parte)

Note sparse sulla Grande Guerra “Paliano ai suoi eroi” (seconda parte)

CULTURA:

Proseguiamo il viaggio del Prof. Antonio Moretti intitolato “Note sparse sulla Grande Guerra”:

“I numeri della Grande Guerra riferiti all’Italia. Sulla base delle statistiche demografiche di prima della guerra si stimano oltre 650 mila morti in tutta la guerra su circa 5.500.000 soldati mobilitati. Nella sola battaglia di Caporetto si contarono 11.600 italiani morti (di cui almeno 800 asfissiati dai gas), 30 mila feriti, 350 mila sbandati, 300 mila prigionieri. Durante tutto il conflitto dei 600 mila prigionieri italiani (e nel libro “Paliano ai suoi eroi”  sono citati alcuni palianesi) oltre 100 mila morirono nei lager degli imperi centrali di malattie (fra le quali la tubercolosi), di fame, di stenti, di fatica, di freddo e assideramento non solo perché umiliati e trattati malissimo dai responsabili di questi campi (per punire l’Italia che aveva tradito l’Alleanza!) ma anche perché il governo italiano, per punire a sua volta quelli che si erano arresi al nemico, (e proprio per questo motivo considerati vili, disertori o traditori), proibì qualsiasi tipo di aiuto, anche da parte dei privati.

I superstiti che rientrarono in patria furono inviati in campi di raccolta e di rieducazione, insieme agli sbandati ripresi, addebitando loro, con inchieste e processi sommari, la colpa della disfatta e l’onta della resa al nemico. Paradossalmente dopo la prigionia nei campi nemici dovettero subire una sorta di prigionia anche in patria! Inoltre comparvero davanti ai tribunali militari 323.527 imputati. (Il 60% dei processi si chiusero con la condanna). Da ricordare anche le decimazioni e le esecuzioni sommarie. Si finiva davanti al plotone di esecuzione per insubordinazione, insurrezione, sciopero, diserzione e fuga o per simulazione di malattie o per procurate ferite (autolesionismo). Si aggiungano ancora gli oltre 500 mila profughi friulani e veneti dalle zone occupate dagli austriaci.

La tipologia di questa guerra. Per meglio caratterizzare questa Grande Guerra si ricorre ad alcuni attributi. Guerra mondiale, lo dice la parola stessa: coinvolgimento di tutti gli stati (e relative colonie), perfino della lontana Cina; guerra totale.  Fu un alto Ufficiale tedesco Ludendorff (protagonista di questa guerra) a coniare questo termine da intendere come un totale impegno sul piano sociale, politico, economico e amministrativo dedicato alla vittoria e allo sforzo bellico. In tal caso si assumono come uniche opzioni disponibili la vittoria totale o la sconfitta totale. O si vince o si perde! Ma per sostenere i costi del conflitto ci furono conseguenze gravi per la popolazione: compressione estrema dei salari e dei consumi, l’aumento dei prezzi, il razionamento e il mercato nero con il conseguente impoverimento degli strati del proletariato urbano e contadino. Si avvantaggiarono, invece, imprenditori, industriali, “pescicani”, accaparratori, trafficanti e approfittatori di ogni genere. La gente reagì, come a Torino nel 1917, con tumulti violentissimi anche per scaricare i rancori e la rabbia verso la guerra. Alla sommossa seguì  una lunga scia repressiva.

Le condizioni in cui si combatteva – Guerra di trincea. All’inizio della guerra c’era la convinzione che sarebbe stata di breve durata, guerra “di sfondamento”, rapida, veloce, risolta con grandi manovre offensive e con geniali operazioni strategiche. In poche settimane, però, ci si rese conto che con i fronti che si andavano stabilizzando, il conflitto si sarebbe trasformato in una guerra di posizione, “di usura”, di logoramento lungo, estenuante, di distruzione di uomini e di mezzi. Basti pensare che nei primi 40 giorni di guerra perirono in Francia circa 500 mila soldati!  Le trincee, scavate per centinaia e centinaia di chilometri, andavano dal nord della Francia fino all’Europa orientale. I nostri militari trascorsero nelle trincee quattro lunghi, lunghissimi anni, in pessime condizioni legate alla sporcizia, alla mancanza di igiene e di vitto, nel freddo, nel gelo, nella pioggia, nella nebbia, nel fango. In montagna si aggiungevano frane e valanghe e tanta neve (nelle Dolomiti nel 1916 caddero 18 m di neve!).

Di queste condizioni ambientali sulle Alpi ho avuto un’esperienza diretta e personale. Dopo circa quaranta anni dalla fine di questa guerra, durante le esercitazioni militari congiunte che svolgevamo fra le Brigate alpine del IV Corpo d’Armata, abbiamo ripercorso le linee e le trincee del conflitto mondiale in due rigidi inverni nelle Alpi. Il nostro disagio era poca cosa (avendo un accampamento e un equipaggiamento adeguato e moderno e godendo di vettovagliamento buono, comprensivo dei cosiddetti generi di conforto) in confronto delle enormi sofferenze sopportate dai fanti della prima guerra in condizioni di vita e di ambiente assolutamente proibitive. In quelle occasioni abbiamo rinvenuto armi di ogni tipo (fucili, pezzi di artiglieria da montagna…), elmetti, scheletri di muli (anche queste povere bestie hanno fatto quella guerra!) e ossa di soldati che slavine, acque torrentizie, frane, crolli di grotte e gallerie, ritiro di ghiacciai, valanghe e altri fenomeni naturali avevano restituito negli anni seguenti alla guerra. Caricavamo le ossa di questi poveri dispersi in guerra (che anche Paliano ha avuto) sulle camionette militari per portarle agli ossari più vicini. Ebbi una forte emozione nel raccogliere un cranio di soldato trapassato da parte a parte con un colpo di baionetta. Di sicuro in quella zona c’era stato un corpo a corpo, rivelato anche da armi ed elmetti austriaci.

A queste crude condizioni ambientali si aggiungevano, per i nostri fanti, quelle di subordinazione. In un clima di disagio generale e di sfiducia, i soldati  dovevano subire le angherie e le vessazioni, i cinici ordini dei superiori comandanti militari  che troppo spesso dimostrarono la loro irresponsabilità, rivalità, incapacità, improvvisazione ed indifferenza arrogante verso i soldati fanti-contadini. E inoltre e sempre da tener conto della paura, della stanchezza, della rassegnazione per l’assurdità di ciò che stava accadendo. E, su tutto, gravava un senso di morte incombente che diventava attesa passiva della morte o, addirittura, desiderio di essa, per farla finita con quella vita!

Ma c’è da aggiungere qualcosa di nuovo che prima non c’era. Una nuova patologia come effetto di guerra. Per la prima volta ci si rendeva conto che la guerra poteva far impazzire gli uomini. Si aveva a che fare con un nuovo disturbo: shell shock syndrome. trauma dovuto ai bombardamenti, ai colpi di mortaio, allo scoppio delle granate, delle mine e ai crepitii delle mitragliatrici sulle teste (quelle tedesche scaricavano 550 colpi al minuto sino a duemila metri di distanza!). Questo trauma si esprimeva con palpitazioni, tremori, paralisi, incubi, insonnia, attacchi di panico, ansia, aggressività, squilibrio, depressione e tendenze suicide.  Era un trauma irreversibile che impediva alle vittime il ritorno a una vita normale.

cosa videro quegli occhi
Laboratorio di Storia di Rovereto

Nei manicomi, gli psichiatri non sapevano affrontare questa patologia sconosciuta e spesso applicavano terapie sbrigative, quasi sempre l’elettroshock, con un unico obiettivo: rispedire, quanto prima, i soldati al fronte a combattere.

Anche da noi, dopo la sconfitta di Caporetto, ci fu una sorta di “epidemia” di soldati impazziti.  Tra gli psichiatri prevalse l’idea che i soldati simulassero il disturbo. Bisognava allora smascherare coloro che fingevano tali sintomi e rispedirli al fronte a combattere.

il sorriso della follia
“Il sorriso della follia”: il soldato sotto shock

(Il riconoscimento del “disturbo post-traumatico da stress” è avvenuto in psichiatria solo nel 1980,  anche con lo studio dei reduci del Vietnam, Iraq e Afghanistan).

Le interpretazioni della guerra. Sulla prima guerra mondiale la storiografia è sterminata, ma si tratta per lo più di opere dettate da intenti apologetici. La prima guerra mondiale venne salutata dalla maggior parte degli intellettuali, imbevuti di retorica patriottica, con toni entusiastici (D’Annunzio, Marinetti, Borgese, Ojetti, Soffici, Papini, Comisso, Govoni…).  Solo in tempi recenti la nuova generazione di storici italiani ed europei ha avuto il coraggio di affrontare le realtà dimenticate o sottaciute del conflitto, ricostruendo dal “basso” un quadro veritiero della grande guerra.

Ci furono protagonisti che nelle loro memorie, nei diari, nei racconti, nelle liriche scrivevano in qualità di testimoni diretti di questa tragedia. E anche quegli intellettuali, scrittori e poeti, che avevano ritenuto necessario l’intervento dell’Italia in guerra e si erano arruolati volontariamente, vivendo poi il conflitto in prima persona, da una parte e giustamente vantarono ed esaltarono il coraggio, l’eroismo e il sacrificio dei soldati per la patria, dall’altra, e senza sentirsi disfattisti, ebbero la forza di denunciare le sofferenze, la disumanità, l’assurdità e l’orrore dei campi di battaglia”.

Per concludere questo lungo intervento del Prof. Antonio Moretti sulla Grande Guerra che ringraziamo per l’elevato apporto su un argomento tanto vasto, riportiamo due citazioni di Renato Serra tratte da “Esame di coscienza di un letterato” e “Diario di trincea” (1915). Lo scrittore, partito volontario nel 1915 con il grado di tenente e caduto in battaglia nel luglio dello stesso anno sul Monte Podgora vicino Gorizia (a 31 anni), si rende subito conto dell’atrocità della guerra e dello spaesamento di chi vi partecipa..

Che cosa è che cambierà su questa terra stanca, dopo che avrà bevuto il sangue di tanta strage: quando i morti, i feriti, i torturati e gli abbandonati dormiranno insieme sotto le zolle, e l’erba sopra sarà tenera lucida nuova, piena di silenzio e di lusso al sole della primavera che è sempre la stessa?”…

“La guerra – spogliata di qualsiasi giustificazione etica, politica, ideologica o religiosa – in realtà, non serve a nulla, può cambiare i confini di una nazione ma non lo spirito della civiltà”.

In copertina un’immagine tratta dal libro di Umberto Romani e Giuseppe Rubini “Paliano ai suoi eroi”

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