L’invenzione del Presepe, la più amata tradizione del Natale

L’invenzione del Presepe, la più amata tradizione del Natale

CULTURA:

Secondo la tradizione l’invenzione del presepe si fa risalire a San Francesco, che a Greccio nel 1223, allestì una toccante rappresentazione della Natività. In realtà la più amata tradizione del Natale non ha una precisa data di “nascita”, ma è il risultato della stratificazione dei diversi usi e costumi, di tradizioni, di addobbi e di raffigurazioni drammatiche che si sono susseguiti da quando fu istituita la festa del Natale e per tutto il Medioevo.

L’episodio di Greccio si inserisce, invece, nella tradizione esistente in Europa già dal IX secolo, degli “uffici drammatici”; dialoghi all’interno della liturgia volti a rievocare le più importanti scene evangeliche e da cui si svilupparono le sceneggiature più complesse delle grandi rappresentazioni di fine Medioevo.

Gli officia drammatici che riguardano la solennità del Natale sono eterogenei per numero e provenienza e possono essere raggruppati, in base al loro contenuto, intorno ai quattro temi legati a quello centrale della Natività; il tema dei profeti (Ordo Prophetarum), dei pastori (Ordo Pastorum), dei Magi (Officium Stellae) e della strage degli Innocenti (Officium Rachelis). Durante il Medioevo, ciascuno di questo officia ha avuto una propria autonomia nelle celebrazioni delle solennità del Natale, ma durante il XII e XIII secolo essi si presentano fusi in una più vasta azione drammatica, fino a costituire un dramma unico, il Ludus de Nativitate, di cui il più famoso è quello pervenutoci nella raccolta dei documenti goliardici nota come Carmina Burana, dal nome della badia di Benediktbeuem, il cui codice era conservato.

Questi drammi, come la maggior parte delle rappresentazioni del periodo natalizio, finiscono, però, anche grazie all’introduzione del linguaggio della gente comune, per trasformarsi da spettacoli devoti in rappresentazioni profanatrici della santità dei luoghi sacri. Il loro scopo era quello di educare, di spiegare e soddisfare la curiosità dei fedeli, colpire la loro immaginazione, e ciò avveniva spesso con una commistione di generi e con una confusione, voluta o spontanea, di episodi e personaggi, che rivelavano la volontà di divertire, attraverso buffonate e stravaganze, a prescindere dal tema d’ispirazione.

Inizialmente improntati alla liturgia e volti a promuovere la devozione dei fedeli, essi finiscono per assumere carattere osceno e burlesco e a sollecitare il riso con battute anche salaci e oscenità aperte, dove i chierici ricoprono tutti i ruoli, anche quelli femminili. L’eccessivo realismo di queste rappresentazioni suscita, già a partire dal XI secolo, e sicuramente anche prima, la reazione e la condanna delle alte cariche ecclesiastiche. Lo stesso San Francesco, come riporta San Bonaventura nella sua Legenda Maior, deve chiedere l’approvazione per la celebrazione solenne che lui aveva in mente di mettere in scena nella ricorrenza liturgica del Natale. Risale infatti a qualche anno prima l’interdetto dei Ludi theatrales da parte di Innocenzo III, il quale, in una lettera all’arcivescovo Enrico di Gnesen nel 1207, condanna fermamente le monstra larvarum (maschere mostruose) e i ludibriorum spectacula (scene profane) che si tengono nelle chiese durante le tre feste che seguono il Natale. Qui «i diaconi, i suddiaconi, i preti prendono parte a gara a simile vergognosa pazzia:e si danno a danze e a gesticolazioni oscene al cospetto del popolo…

L’uso, o meglio l’abuso di queste rappresentazioni indecenti fate in modo che sia estirpato dalle vostre chiese».

E’ nell’ambito di questo clima di generale condanna, ufficialmente espressa anche dal concilio di Treviri nel 1227, che si rafforza la tendenza a favore della rappresentazione statica, immobile dell’evento della Natività, ribadita dall’importante glossa di circa cinquant’anni dopo alla lettera di Innocenzo III, in cui non si proibisce «di rappresentare il presepe del Signore, Erode, i Magi, il pianto di Rachele sui figli e simili cose», ma si condannano i modi dell’esecuzione con mascherature e gesticolazioni grottesche.

La Chiesa è ben decisa a non tollerare più alcuna degenerazione degli officia della Natività e a epurarli da tutti gli elementi profani e paganeggianti che gradualmente hanno finito per prevalere sull’aspetto più espressamente liturgico, facendosi così fautrice di un ritorno alla più austera tradizione. Infatti, scene con il Bambino, Maria, l’asino e il bue, erano riprodotte artisticamente in varia maniera e in luoghi più diversi già a partire dal IV secolo e contemporaneamente si era sviluppata l’usanza, durante i primi secoli del Medioevo, di raffigurare e di costruire nelle chiese, durante il tempo di Natale, piccoli presepi dinanzi ai quali il sacerdote, e solo lui, officiava la messa e teneva l’omelia.

Aspetto non meno importante ai fini della comprensione e dello sviluppo del presepe e della sua rappresentazione sono le fonti che stanno alla base degli episodi diversamente rappresentati. Infatti, oltre alle informazioni alquanto scarne il Luca e Matteo, fonte di ispirazione durante tutto il Medioevo saranno i temi tratti dai Vangeli Apocrifi, ispirati alle tradizioni orientali e ai racconti giunti in Europa dal lontano Oriente.

La letteratura apocrifa, che ha avuto un influsso determinante nella creazione in senso mitico del racconto della nascita miracolosa di Gesù, abbellisce la sobria esposizione canonica, la completa e l’arricchisce di particolari inventati. Agli Apocrifi, alla lenta diffusione degli stessi tra gli strati popolari e alla loro rielaborazione durante il Medioevo dobbiamo le scene più belle, toccanti e caratterizzanti della Natività: la grotta, la mangiatoia, le levatrici, l’asino e il bue; simboli ormai universalmente diffusi, che non trovano menzione il nessuno dei Vangeli Canonici.

L’umanità e la semplicità di questi elementi extra canonici, che hanno comunque acquisito nel corso dei secoli una propria sacralità, hanno contribuito in maniera determinante alla nascita e alla diffusione del presepe che, senza di loro, non avrebbe la stessa poeticità e lo stesso fascino.

Caratteristiche che spiegano la sua diffusione, indistintamente, tra credenti e laici. In questo teatro del mondo, la nascita di Gesù si fa incarnazione storica, e lui stesso diventa, secondo la definizione di Alfonso Maria di Nola, uno dei maggiori studiosi degli Apocrifi e della simbologia del presepe, il simbolo di tutti i bambini poveri del mondo che muoiono quotidianamente, «quasi segno dell’uomo, di tutti gli uomini che hanno sofferto, da Adamo fino alla fine dei secoli».

Immagine:

Ulderico Pinfildi “Il Presepe della Misericordia” da 7 Opere di Caravaggio,Chiesa del Pio Monte della Misericordia, Napoli 2017.

fonti bibliografiche:

E.Petoia, L’invenzione del presepe, in MEDIOEVO n.12 (2005) De Agostini Periodici srl

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