La “rota projecti” e l’infanzia abbandonata

La “rota projecti” e l’infanzia abbandonata

STORIE:

La questione dell’infanzia abbandonata affonda le sue radici in epoca remota. Si pensi che nell’antica Grecia era considerata una pratica legale, mentre nell’antica Roma i padri che non riconoscevano i figli potevano lasciarli alla cosiddetta columna lactaria, destinandoli alla pietà dei passanti, alla schiavitù o alla morte per fame. La condizione dei neonati abbandonati poté cambiare solo grazie all’influenza della morale cristiana e agli interventi di Costantino, che nel 315 riservò parte del fisco al soccorso degli abbandonati, e di Giustiniano, che nel VI secolo disciplinò l’abbandono come reato, al pari dell’infanticidio.

Nascevano intanto i primi brefotrofi, in Medio Oriente come in Occidente, ed a Milano nel 787, fu istituito il primo ospizio per i neonati abbandonati, fornendo loro l’allattamento di nutrici stipendiate e vitto e alloggio fino al settimo anno di età.

La prima ruota degli esposti nacque solo quattro secoli dopo in Francia, presso l’ospedale dei canonici di Marsiglia,nel 1188. Dieci anni dopo fu la volta dell’Italia, dove si narra che papa Innocenzo III (Lotario dei conti di Segni), turbato da macabri sogni in cui vedeva cadaveri di neonati ripescati dal Tevere, decise di farne installare una all’Archiospedale di Santo Spirito in Sassia, da lui fondato.

La «rota projecti» era costituita da un dispositivo girevole di forma cilindrica prevalentemente in legno, diviso in due parti chiuse da uno sportello. Questo congegno, posto in corrispondenza ad un’apertura su un muro, permetteva di collocare, senza essere visti dall’interno, gli esposti, cioè i neonati abbandonati. Facendo girare la ruota, la parte con l’infante veniva a trovarsi dentro l’edificio, dove, aperto lo sportello, si poteva prendere il neonato. A fianco della ruota, nella parte esterna, c’era una campanella che serviva per avvertire della presenza del bambino. I piccoli venivano registrati come filius matris ignotae, cioè «figlio di madre ignota» o, abbreviando, filius m.ignotae, da cui il romanesco «figlio de mignotta». Dall’usanza di chiamare i trovatelli con il termine projetti (dal latino proiectus “, participio passato del verbo proicere, “gettare davanti a sé, gettare via”), deriva uno dei più comuni cognomi romani: Proietti.

All’inizio della seconda metà dell’Ottocento si contavano nel nostro Paese circa 1.200 ruote. Il risultato di questo uso ed abuso della ruota fu che ogni anno circa 40.000 neonati venivano abbandonati ed ogni anno circa 150.000 bambini di età inferiore ai 10 anni avevano bisogno di cure ed assistenza.

Sin dal medioevo la raccolta e la custodia degli infanti abbandonati a Roma e nelle provincie circostanti, fu precipua cura dell’Archiospedale di Santo Spirito in Saxia.

La consistenza del fenomeno dei bimbi esposti fu di 600/1000 unità annue durante il secolo XVII, dimezzandosi quasi durante il secolo successivo per tornare ai livelli precedenti tra la fine del XVIII ed il secolo XIX. La città di Roma concorreva al numero degli «esposti» alla «ruota» per circa il 50% del totale. Nel complesso, però, il tasso di esposizione rimase sempre per Roma e zone circostanti più basso di altre città italiane ed europee.

Nel Brefotrofio romano vigeva il sistema di tatuare la doppia croce, simbolo dell’Istituto, sulla spalla dei poveri trovatelli. A tutti si imponeva poi il cognome Proietti, come il nome collettivo a Napoli era Esposito, a Firenze Innocenti ed in Sicilia Ignoto. Dopo il 1870 furono abolite tali usanze, perché i bambini non portassero nel nome e nell’impronta il ricordo indelebile della loro sventura.

I «projetti» venivano quasi tutti affidati a balie esterne alla «Casa», possibilmente non cittadine, appartenenti alle comunità ritenute più salubri delle provincie romane.

Allo scadere del 12° anno di allevamento il Pio Istituto ritirava gli «esposti»: senza alcuna deroga nel caso delle femmine, destinate alla vita matrimoniale o avviate alla monacazione; con notevoli ritardi, sino al 16°anno ed oltre, e molte deroghe nel caso dei maschi.

Numerose furono le famiglie palianesi, particolarmente nella seconda metà dell’Ottocento, che allevarono presso di sé bambini «esposti», attratte, almeno inizialmente, dal sussidio mensile che il Pio Istituto dava a quelle madri che allattavano un neonato abbandonato. Negli “Stati delle Anime”, elenchi nominativi della popolazione residente all’interno dei confini della parrocchia, sono registrati molti casi di «projetti» presi a baliatico e adottati «de facto» da vari nuclei familiari, i quali, conservando il cognome imposto dal brefotrofio, andranno così a costituire i capostipiti di numerose famiglie palianesi dei nostri giorni.

Immagine di copertina: la Ruota dei proietti in una stampa litografica dell’800

Fonti bibliografiche: C. Schiavoni, L’infanzia abbandonata a Roma dalla fine del secolo XVI al secolo XIX, École Française de Rome, 1991.

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