Quando la “corrida” si faceva anche da noi

Quando la “corrida” si faceva anche da noi

STORIE:

Tutte le civiltà che sono fiorite in Europa, attorno al Mediterraneo e nel Vicino Oriente hanno manifestato per il bue e per il toro un interesse specificatamente religioso fin dalla preistoria e gli hanno sempre riservato una posizione preferenziale in molte costruzioni mitologiche e nelle cerimonie sacre.

Di tutti gli aspetti del culto del toro, il sacrificio (tauroctonia) era sicuramente l’evento centrale. Spargere il sangue di questo animale era infatti un atto considerato sacro che avrebbe portato rinascita e salvezza ai partecipanti al rituale.

In ogni caso, una volta perso ogni significato religioso, gli spettacoli con i tori restarono ben radicati in Europa come eventi popolari.

Già gli antichi romani organizzavano combattimenti con animali, tra i quali lotte tra l’uomo e l’uro, l’antenato selvatico dei bovini domestici. Plinio il Vecchio racconta che Giulio Cesare aveva introdotto a Roma, nel I secolo a.C., degli spettacoli nei quali cavalieri greci della Tessaglia uccidevano dei tori, tenendoli per le corna e torcendo loro il collo, dopo averli affiancati a cavallo. Dopo l’epoca romana, ci sono molte notizie di tauromachie, dette cacce, nel Medioevo e oltre, che si svolgevano nelle piazze di varie città italiane, sia per solennizzare le festività, sia per sottolineare avvenimenti di rilievo. Venezia pratica questo tipo di gioco fin dal 1262, e lo inserisce in un rituale che mima la sconfitta e la cattura del patriarca di Aquileia. Nel corso della cerimonia, infatti,vengono uccisi un toro (il patriarca) e dodici porci (i dodici canonici del patriarca stesso). La caccia al toro è popolare anche in altre località, senza che alle sue origini si possa trovare un episodio come quello veneziano. A Perugia, ad esempio, la caccia ai tori è attestata fin dal 1260, insieme alla corsa del palio e ad altri giochi, in occasione della festa di Ognissanti.

Il rituale della caccia al toro era notevolmente diffuso anche in Toscana. A Firenze, le cacce fanno parte del complesso di cerimonie destinate a solennizzare la festa di S. Giovanni a giugno. A Siena, la caccia al toro non compare prima del Quattro-Cinquecento, ed è organizzata dalle contrade cittadine in occasione della festa dell’Assunta. A Roma, nel Trecento e nel Quattrocento, la caccia al toro, insieme alla corsa del Palio ed altri giochi, fa parte degli spettacoli del Carnevale: la festa si svolge davanti alla gente raccolta in un recinto provvisorio costruito intorno al prato di Testaccio. Ogni anno la festa finisce con una strage di tori, ma il numero di uomini che perdono la vita in questa sorta di corrida è ancora più alto di quello delle bestie uccise. Nella giostra dei tori del 1332, disputatasi occasionalmente nel Colosseo, si ha notizia di 18 uomini che vi rimasero uccisi, di 9 feriti e di undici tori che vi furono ammazzati.

Le “tauromachie”, le “giostre dei tori”, uno dei numeri più spettacolari degli antichi giochi del Circo Romano, erano ancora vive nell’Ottocento non solo a Roma e Venezia, ma anche in altre città italiane.

Anche i bufali, molto diffusi nella Campagna laziale, erano usati come animali da tiro e da carne e scendevano nell’arena per le giostre. Diverse “giostre della bufala” vengono segnalate nella Campagna pontificia ancora nel corso del XIX secolo. Troviamo corse di bufale in occasioni di feste a Frosinone, Anagni, Boville Ernica, Pofi, Morolo, Ceccano. A Paliano, una sorta di rudimentale corrida è invece sopravvissuta fino ai primi anni del ‘900. Di tale manifestazione, si conserva ancora memoria nella tradizione orale palianese. In occasione di una festa non meglio specificata veniva acquistato un bufalo e si allestiva un tratto di strada tra Viale Umberto I e Piazza Indipendenza (l’antica Piazza del Macello), con steccati di protezione per il pubblico e botti come riparo per i giostratori. I giovani più temerari avevano così l’occasione di mettere in mostra il loro coraggio e la loro destrezza, saltando sull’animale imbizzarrito, afferrandolo per le corna, pungolandolo con aste appuntite, fin quando esausto e ferito non veniva ucciso, cucinato sul posto ed offerto alla popolazione in una sorta di pasto rituale che rimandava alle antiche usanze dei popoli mediterranei.

In Italia, la “giostra dei tori” è vietata da oltre un secolo: la Legge 12 giugno 1913 n. 611 proibiva infatti «gli atti crudeli su animali» e «i giuochi che portino strazio di animali», mentre l’articolo 129 del Regio Decreto 6 maggio 1940 n. 635 (Regolamento di esecuzione del testo unico di pubblica sicurezza) proibiva «le corse con uso di pungolo acuminato, i combattimenti tra animali, le corride» e altri giochi con animali.

Nel corso dei decenni, naturalmente, la legislazione in materia si è evoluta, fino ad arrivare alla legge n.189 del 2004 che introduce nel codice penale il Titolo IX-bis, «dei delitti contro il sentimento degli animali», che contiene, tra l’altro, l’articolo 544 quater (spettacoli e manifestazioni vietati), che punisce «chiunque organizza o promuove spettacoli o manifestazioni che comportino sevizie o strazio per animali» con la reclusione da quattro mesi a due anni e con multa da 3.000 a 15.000 euro, con sanzioni maggiori in caso di legame con scommesse clandestine o se l’animale muore.

Immagine di copertina:

Antonio Tempesta, caccia al toro, 1598 (acquaforte)

 

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