“Farsi abbandono” per amore

“Farsi abbandono” per amore

STORIE:

30esimo giorno. Se c’è una cosa che non mi sta mancando è il tempo per riflettere. Al centro della riflessione di oggi c’è il tema del dolore umano e della morte. Entrate prepotentemente nelle nostre case e nelle vite di migliaia di famiglie a causa del Coronavirus, la sofferenza e la morte sembrano essere divenute addirittura “familiari” ma, non per questo, anzi proprio in virtù di quanto sta accadendo, sempre più sconcertanti e foriere di domande.

Quando visitai il campo di concentramento di Mauthausen la già instabile curva della mia emotività di diciottenne fu deviata da una frase scritta da un deportato su una cella: “Se esiste un Dio, dovrà chiedermi perdono”. In quell’inferno terreno, uno dei tanti partorito dalla follia cui si è spinto il genere umano, mi sembrò un’esternazione ragionevole e di buon senso. Durante la visita e tante volte in seguito, ripensando all’orrore che avevo visto e sentito, non riuscivo lontanamente a immaginare come potesse vivere un prigioniero in quelle condizioni per arrivare a scrivere una cosa del genere. La fame, il freddo, la fatica, gli stenti, l’umiliazione, l’offesa alla propria dignità, danno la cifra, certo, del patire umano ma c’è un simbolo che li racchiude e li concentra tutti: è la croce.

La morte che mi interpella oggi è la madre di tutte le morti, quella di Cristo, del Figlio di Dio, processato, condannato assurdamente da innocente (la sentenza religiosa si sovrappose a quella politica e l’una si servì dell’altra), morto della più dolorosa delle morti, quella in croce. Non bastava il tradimento, l’abbandono, il rifiuto (meglio Barabba). Gesù fu spogliato (simbolo della sua divinità inerme) flagellato (atroce tortura), incoronato di spine, insultato, schernito, percosso, provocato. Su quella croce Cristo si è portato tutta la sofferenza umana, tutta e di tutti. Anche la mia, quella di oggi. Su quel legno vedo inchiodati i miei errori, le mie cadute, le mie debolezze, la mia pochezza, la mia fragilità, l’incapacità di salire sul mio piccolo insignificante Calvario rispetto al carico che ha sopportato Cristo sul Golgota dove è morto anche per me.

Qual è – mi chiedo – la chiave e la misura di questo dono estremo? Ho ricercato un brano musicale vecchissimo, legato a quella famosa Pasqua di tanti anni fa, che mi dà le risposte che cerco e che poi, puntualmente, dimentico esercitando la mia libertà di creatura.  “Ma io chi sono per avere da Te un amore grande così? Tu, Dio, potevi godere nei giardini del tuo cielo limpido. No, non posso capire un amore così grande, un amore così” recita il canto. La risposta è solo una: “Per amore, amore, amore, amore, amore Dio si fa come me e poi sale si fa cieco, si fa separazione, peccato, si fa abbandono per amore”.

Solo l’amore sa contenere e sprigionare una tale potenza.

Annalisa Maggi

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