Quanto bene semina la carità

Quanto bene semina la carità

STORIE:

35esimo giorno. La malattia è entrata nella mia famiglia all’improvviso, fiaccando la parte più attiva e dinamica di noi. Lo ha fatto davanti ai miei occhi in una grigia mattina di metà novembre. Non ero né bimba né adulta, ma sufficientemente consapevole che niente sarebbe stato più come prima. E così è stato. Abbiamo iniziato a frequentare ospedali, centri di riabilitazione, ambulatori, a vedere la sofferenza in faccia. Il dramma del malato, nutrito da ansie, preoccupazioni, solitudine, specie quando è colpito da una malattia che trasforma la sua vita e quella di chi gli sta accanto, è un argomento che si comprende solo se lo si vive. Un’ovvietà, certo, ma niente di paragonabile alla realtà. E chi più dei medici e degli infermieri conosce meglio e da vicino i drammi che, in particolare in questi ultimi mesi, si stanno consumando nelle corsie degli ospedali? In quelle stanze sterili occupate da macchine e tubi, dove i pazienti sono incoscienti e ti sembra di percepire i loro fremiti da dietro una vetrata, la vita è come “ferma”. In queste soste, anche lunghe, dell’esistenza ci sono loro, quelli che vengono definiti degli “eroi” ma che preferisco considerare dei professionisti alle prese con il loro lavoro che è fatto innanzitutto di persone da accudire, curare e rimettere in salute. Non lasciano indifferenti le testimonianze che stiamo ascoltando in questi giorni dalla bocca di quanti si occupano dei pazienti Covid sul campo però, non nei programmi televisivi partecipati a distanza. Ho avuto l’opportunità di intervistare uno di questi “eroi”, il primario del reparto di anestesia e rianimazione dell’ospedale Fabrizio Spaziani di Frosinone, la dottoressa Sandra Spaziani, che mi ha commossa per come ha tratteggiato il rapporto simbiotico medico (o infermiere)/paziente affetto da Coronavirus. “Loro sono soli in reparto, hanno solo noi che li approcciamo con i dispositivi di sicurezza. Quando muoiono siamo sempre noi le ultime persone con le quali si relazionano. E anche noi, vivendo in casa ma lontani dai nostri cari per paura di contagiarli, siamo soli”. Se non ci fosse uno strato di umanità a rinforzare e a dare senso a quei camici bianchi non credo si riuscirebbe ad affrontare momenti tanto dolorosi. E’ quello che fa la differenza e ce ne accorgiamo tutti quando uscendo da una visita medica ci ritroviamo a pensare “è un bravo professionista, preparato, ma…”

Quel “ma” non deve essere passato per la testa a nessun dei tanti pazienti, per lo più poveri, visitati dal medico e scienziato Giuseppe Moscati, elevato agli onori degli altari nel 1987 da un altro santo, Giovanni Paolo II. Ieri sera è stato rimandato in onda il film di Giacomo Campiotti, già trasmesso con successo dalla Rai, sulla figura di Moscati interpretato da un credibilissimo Beppe Fiorello. Siamo in un contesto storico completamente diverso (anche se, per coincidenza, Giuseppe Moscati dovette affrontare  l’epidemia di colera del 1911) ma la lezione e l’esempio davvero eroico per quei tempi sono ancora attuali e più vivi che mai. Preoccupato e attento prima all’anima che al corpo dei suoi pazienti, per curare i quali si ridusse in povertà, Moscati insegnava a trattare il dolore “non come una contrazione muscolare, ma come il grido di un’anima, a cui un altro fratello, il medico, accorre con l’ardenza dell’amore”. Ciò che abitava il suo cuore era la carità, della quale ebbe a dire:  “Non la scienza, ma la carità ha trasformato il mondo; solo pochissimi uomini son passati alla storia per la scienza. Tutti potranno rimanere eterni se si dedicheranno al bene”.

Moscati aveva 46 anni quando morì il 12 aprile 1927 e lo pianse tutta Napoli. Un anno prima della sua morte gli allievi gli scrissero una lettera che è la prova di quanto bene semina la carità. “Anche quando il nostro capo sarà bianco come la neve – scrivevano gli assistenti del medico santo – noi verremo a visitarla …a confermarci alunni, a compiacerci con lei, a dirle ancora: ‘Ti vogliamo bene’; e porteremo nel passaggio d’oltre tomba, l’orgoglio di aver appreso da lei quella pratica d’apostolato di beneficenza, che ci rende cari tra gli uomini, desiderati dai sofferenti, benedetti dai poveri”.

Chissà quanti pazienti Covid, quando l’emergenza sarà rientrata, torneranno negli ospedali per stringere la mano a chi ha salvato loro la vita, senza eroismo ma con amore e spirito di abnegazione.

Annalisa Maggi

 

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