Lettera 32

Lettera 32

STORIE:

52esimo giorno. Sto impazzendo o mi sembra di impazzire, non fa molta differenza. Nei giorni scorsi ha iniziato a insinuarsi nella testa un certo desiderio di divincolarmi, di fuggire (non tanto fisicamente perché la quarantena ha confermato che a casa ci sto benissimo) di andare oltre, di rompere un certo meccanismo. Oggi quella sensazione si è fatta più netta. Non c’è stato un attimo di questa giornata che non mi abbia portata indietro, non solo a prima del Covid. Le scene si accavallano e si rincorrono confuse fino a disegnare un orizzonte incerto e dai contorni sfumati. Non è tanto la paura di ciò che sarà ma la certezza, ormai, di ciò che è stato e di ciò che non potrà tornare a non darmi tregua.

A disarcionare l’irrequietezza e a ridare lo start ci ha pensato il mio lavoro che è anche la mia più grande passione. Se ripenso alla circostanza grazie alla quale ho incontrato un mondo, fino ad allora semisconosciuto e all’epoca non certo affascinante, mi sembra incredibile. Avevo cominciato a scrivere qualche cosetta per un periodico locale molto seguito. Ricordo che nel primo articolo mi occupai dell’inaccessibilità del Palazzo Colonna di Paliano ai visitatori. Poi un evento doloroso aveva spezzato l’andamento burrascoso di quegli anni e mi ritrovai sola, a piangere notte e giorno. La disperazione era soprattutto dei miei che non ne potevano più di vedermi ridotta in quello stato. Ero distrutta. Vico docet. Fu allora che mia madre ebbe il colpo di genio per il quale non smetterò mai si ringraziarla. Si finse me e si propose telefonicamente al direttore della redazione di Frosinone de Il Messaggero, Luciano Di Domenicantonio. Solo a nominarlo c’era da temere, come per l’Innominato, tanta era la sua fama da “orso marsicano”, e tale mi apparve in tutta la sua scontrosità quando poi dovetti recarmi di persona al colloquio (la sostituzione a quel punto non sarebbe stata più credibile). Il faccia a faccia durò pochi minuti, giusto il tempo di spiegare di cosa avrei potuto scrivere da quella landa poco conosciuta della Ciociaria dove, però, “abbiamo un carcere (di massima sicurezza) e il parco La Selva e…” “Va be’, va be’ – tagliò corto – cerca la prima notizia e comincia a scrivere, imparano tutti”.

Andò cosi, anzi il primo articolo non andò affatto bene. Mi ero impegnata tanto a infiocchetterlo che quando vidi il frutto di tanto impegno, dal titolo “Paliano/Mostra d’arte contemporanea”, ridotto a una “breve” ci rimasi troppo male. Per leggere un servizio degno di questo nome dovetti aspettare la settimana successiva, con la pubblicazione dell’articolo sulla festa dell’Unità in stile bolognese a La Selva, nella zona nota come “La Tana”. Ero così entusiasta. Nel mio studio c’è un posto speciale dove troneggia la macchina da scrivere della Olivetti, “Lettera 32”, con la quale e sulla quale ho intrapreso quel viaggio. Apparteneva a mio padre che negli anni ’60 fu corrispondente de Il Corriere dello Sport. Quando si dice “era nel Dna”.

Annalisa Maggi

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