La  Quadreria dei Colonna di Paliano

La Quadreria dei Colonna di Paliano

CULTURA:

La collezione dei dipinti della famiglia Colonna rappresenta una delle principali espressioni del mecenatismo gentilizio di epoca moderna. Quale raccolta fide commissaria inoltre, ha mantenuto fino ad oggi – unica a Roma insieme alla Galleria Doria Pamphilj – la struttura, in parte la ricchezza originaria e soprattutto il rapporto con l’ambiente in cui si è andata sviluppando, il grande palazzo Colonna di Piazza SS. Apostoli e in particolare la Galleria. Questa, appositamente costruita a partire dalla metà del Seicento per accogliere le opere più importanti, era segnalata nelle Guide di Roma dei viaggiatori già alla fine del secolo come meta obbligata nella visita della città, e fu subito presa a modello dai nuovi collezionisti.

La raccolta dei dipinti prese avvio nella prima metà del XVII secolo con i contestabili Filippo I (1578-1639), Marcantonio V( 1608-1659) e il cardinale Girolamo I (1604-1666). Fu tuttavia il nuovo contestabile Lorenzo Onofrio (1637-1689), figlio di Marcantonio V, a dare il maggior impulso, secondo un progetto in cui l’ingente incremento di opere d’arte si integrava con l’ammodernamento e la decorazione dell’intero palazzo. Alla sua morte, nell’edificio si contavano circa 1560 fra quadri, disegni e stampe, un migliaio dei quali acquistati solo da lui; complessivamente, comprendendo anche i dipinti conservati nei palazzi dei feudi della famiglia (Genazzano, Marino, Paliano e altri centri minori), la raccolta ammontava a più di 4400 opere. Alla straordinaria quantità di dipinti corrisponde la grande varietà delle scuole pittoriche del Cinque e del Seicento presenti nelle raccolta: oltre a quella bolognese e romana, ingente è la presenza di opere fiamminghe e francesi e, tra gli italiani, si incontrano anche il napoletano Salvator Rosa e Mattia Preti.

Anche Filippo II Colonna (1663-1714), primogenito di Lorenzo Onofrio e Maria Mancini, succeduto nel 1689 al padre nella carica di contestabile, condivise con il genitore la passione per la pittura. E’ soprattutto a lui che si deve l’acquisizione della straordinaria collezione di vedute dell’olandese Gaspar van Wittel e dei nuovi dipinti di Salvator Rosa.

Nel 1718, un nuovo e importante contributo alla collezione era pervenuto dalla dote di Caterina Zeffirina Salviati, sposa di Fabrizio Colonna (1700-1755) primogenito di Filippo II. La sua dote comprendeva 29 dipinti di eccezionale valore provenienti dalla raccolta della famiglia fiorentina: tra questi si trovava la Madonna, Bambino assopito, S. Anna e S. Giovannino e la Venere, Cupido e Satiro del Bronzino.

Alla fine del XVIII secolo il patrimonio di Casa Colonna subì gravissime perdite. Già nel 1796, su richiesta di Pio VI, Filippo III Colonna (1760-1818) vendette oggetti preziosi e fuse argenterie per finanziare un reggimento di cavalleria pontificia. Successivamente, la sconfitta subita dal papato causò, con il Trattato di Tolentino del 1797, una delle più gravi crisi nella storia del patrimonio artistico dello Stato. Ad essa non scamparono neppure le principali famiglie romane, chiamate a sostenere la difficile situazione del papato attraverso la vendita di loro beni, comprese le opere d’arte. Ben più ingenti, tali da condizionare e decurtare in misura drastica e storicamente irreparabile il valore e il significato della collezione, furono le perdite registrate nel 1798-99. Con la proclamazione della Repubblica romana infatti, le principali famiglie della città furono obbligate a fornire al nuovo governo un prestito forzato equivalente ad un’annualità della loro rendita. Filippo III Colonna fu tassato di 80.000 scudi, per reperire i quali vendette i pezzi migliori della collezione.

Fu così che numerosi capolavori celebrati nelle Guide vennero alienati. Fra questi, le perdite più clamorose furono la Madonna Colonna di Raffaello Sanzio (ora a Berlino, Gemäldgalerie), Il ratto di Ganimede attribuito a Tiziano, l’Ecce Homo di Correggio (entrambi a Londra, National Gallery), Venere e Amore di Paolo Veronese, La Salomè di Guido Reni, la Deposizione di Guercino (Chicago, Art Institut) e L’Attilio Regolo di Salvator Rosa (Richmond, Museum of Fine Arts).

A questa vendita forzosa furono sacrificate anche le tele dipinte da Claude Lorrain per Lorenzo Colonna nonché numerosi dipinti di Gaspard Dughet e di paesaggisti romani del ‘600 e ‘700. La fisionomia che alla collezione aveva dato il mecenatismo dei principi Colonna, e in particolar modo Lorenzo Onofrio, venne così profondamente alterata. Un ulteriore grave decurtazione fu causata nel 1818 dallo stesso Filippo III Colonna allorché, non avendo figli maschi, lasciò in eredità alle tre figlie molti quadri non inclusi nel fidecommesso. Attraverso i matrimoni delle tre principesse con membri delle famiglie Rospigliosi Pallavicini, Barberini e Lante della Rovere, celebrati tra il 1803 e il 1818, tali dipinti passarono a queste collezioni. Nel corso dell’Ottocento poi, soprattutto per merito di Aspreno (1787-1847), ma anche di suo figlio Giovanni Andrea (1820-1890) e del figlio di questi, Fabrizio (1848-1923), la collezione Colonna, si arricchirà di nuove acquisizioni, principalmente opere dei cosiddetti “primitivi italiani”.

Immagine di copertina: Annibale Carracci, Mangiafagioli, 1584-85, Galleria Colonna, Roma

Approfondimenti:

Natalia Gozzano, La quadreria di Lorenzo Onofrio Colonna. Prestigio nobiliare e collezionismo nella Roma barocca, Bulzoni Editore, Roma 2004.

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