La lettura di una lettera

La lettura di una lettera

CULTURA:

Questa epidemia ha stravolto e continua a stravolgere la nostra vita nella sua quotidianità ma anche nei suoi valori. Ognuno l’affronta come può o come vuole: con l’incoscienza e la temerarietà, con la negazione, con la rabbia, con l’assurda teoria che questo male sia una punizione divina o con supposizioni altrettanto folli, con la noia, con il timore, con l’ansia, con l’angoscia fino alla depressione ma… anche con la riscoperta o la scoperta di “cose” in precedenza, per tanti motivi, trascurate o dimenticate. Volendo fare una graduatoria, non esiterei a mettere in alto in questa scala la lettura. Purtroppo per alcuni i libri sono stati soltanto un corredo sui banchi di scuola, per altri, che, dopo il diploma, pur li avevano mantenuti, sono finiti poi in uno scaffale o in una cassa in cantina o in garage, a cui ogni tanto bisognava mettere un po’ di “naftalina”, come nel vecchio cassettone della nonna in soffitta, per tenere lontane le tarme del tempo… Diamo retta a chi, a cominciare dai medici-psichiatri e psicologi, accreditano alla lettura un potere e valore terapeutico, capace di farci reagire, di temperare o addirittura di liberarci da quel che si è detto sopra: inquietudine, tensione, ansia, timore, paura, angoscia…

La letteratura è piena, nei secoli e nei vari paesi, di racconti o descrizioni di mali in analogia con quanto sta accadendo oggi. Tanto per citare: la peste in Atene al tempo di Pericle, nel mondo romano al tempo degli Antonini, a Costantinopoli con Giustiniano, in Firenze al tempo del Boccaccio o a Milano, nel seicento, come raccontato dal Manzoni ne “I promessi sposi” o, in tempi più vicini a noi, (1947) in Algeria come narrato da Albert Camus ne “La peste”.

Rinviando ad altre occasioni la presentazione di qualche racconto o romanzo su queste catastrofi, mi preme ora proporre e sottolineare il potere e il valore della lettura che non sia però quella oziosa, frivola o quella che si fa al tavolo di un bar o nella sala di attesa degli ambulatori medici o degli uffici INPS ma intendo una lettura “impegnata” sulla dimensione umana. Una lettura, insomma, che ci permetta non solo di uscire da questo clima di fragilità e di sofferenza indistinta e indecifrabile ma anche di riscoprire il valore della vita (evitando la facile conclusione della sua assurdità) e di recuperarci nella nostra essenza, nel contatto più autentico con noi stessi, di riappropriarci di ciò che ci fa essere noi stessi.

La lezione più autorevole ci viene da Niccolò Machiavelli soprattutto quando scrive, nel 1513, una stupenda e famosa lettera al suo amico messer Francesco Vettori, magnifico ambasciatore di Firenze presso il papa Leone X della famiglia dei Medici. La scrive dall’Albergaccio, un suo podere presso San Casciano (a pochi chilometri da Firenze), dove si era dovuto ritirare al rientro dei Medici dopo la caduta della Repubblica fiorentina e dopo aver subito il confino, la prigione e perfino la tortura per essere stato sospettato di aver preso parte ad una congiura antimedicea. Sarà poi riconosciuto innocente. Ma i sospetti rimanevano: aveva “servito” con troppa fedeltà la Repubblica della sua città!

Si trovava lì in un ozio forzato, allontanato dalla politica attiva lui che per tanti anni aveva ricoperto incarichi importanti anche fuori di Firenze, in Italia e in alcuni stati europei. Nella lettera confida all’amico Vettori, con garbo, le piccole vicende di una giornata tipo. Si alza presto la mattina, segue il taglio della legna in un bosco di sua proprietà, dove assiste agli alterchi dei boscaioli e litiga con gli acquirenti che vogliono truffarlo sul prezzo; legge poeti latini e volgari per svagarsi e poi, dopo un modesto desinare, al pomeriggio, trascorre il tempo all’osteria giocando d’azzardo con le carte o con pedine e dadi. In questo ambiente squallido e con la bassa gente del paese si litiga anche per “un quattrino” e tanto forte da far sentire le grida a San Casciano! “Con questi io m’ingaglioffo per tutto dí” ( = mi incanaglisco sposando le abitudini e i gusti di questa gente rozza), per trarre “el cervello di muffa” (= per togliere il cervello dalla muffa in cui altrimenti lo avvolgerebbe l’inerzia) e scordare “la malignità della sorte” che gli è toccata. E… sempre nella speranza di poter un giorno impegnare ancora il suo ingegno e le sue capacità a favore di Firenze. Lo starsene così in disparte lo opprime e vorrebbe che i Medici “cominciassino adoperarlo (= ad utilizzarlo al meglio)”. Si accontenterebbe di qualsiasi incarico per il bene della sua città perfino, paradossalmente, …“se dovessino cominciare a fargli voltolare un sasso (= alzare un sasso e girarlo dall’altra parte!)…… E ne ha ben ragione perché “i quindici anni che io sono stato a studio dell’arte dello stato, non gli ho né dormiti né giuocati; e dovrebbe ciascheduno aver caro servirsi di uno che alle spese d’altri fusse pieno di esperienza”. Oltretutto è stato sempre fedele e leale nella sua vita e nell’impegno politico e può rivendicare con orgoglio, a fine lettera : “della fede e della bontà mia ne è testimonio la povertà mia”. (Che triste affermazione! Quanti oggi possono dire la stessa cosa ?).

Ed ecco il momento più bello della giornata e che è quello che a noi interessa per dimostrare il valore della lettura. Con essa infatti libera il suo spirito dalle occupazioni o dai passatempi quotidiani umili, meschini, litigiosi e triviali per ritrovare la propria integra e nobile essenza di uomo. Per fare ciò dice, metaforicamente, di togliersi gli abiti fangosi del giorno e di rivestirsi di panni degni delle corti. “Venuta la sera, mi ritorno in casa ed entro nel mio scrittoio (= stanza da studio); e in sull’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali (= degni di un re e di una corte); e rivestito condecentemente (= convenientemente), entro nelle antique corti delli antiqui uomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco (= mi alimento) di quel cibo che solum (=soltanto) è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro umanità (= per loro cortesia) mi rispondono; e non sento per quattro ore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro”. Non poteva esserci migliore elogio della lettura.

E’ evidente lo “stacco” anche stilistico rispetto alle righe precedenti sulla prima parte della giornata. “Il tema della tranquillità intima del Machiavelli si sviluppa, con sfumature diverse, ora più vivaci ora più contemplative, finché domina – solenne e magnanimo- in questo quadro notturno, pieno di silenzio meditativo” (Momigliano). “Il Machiavelli sale qui dal piano del particolare al piano dell’universale, espressione della ricorrente vicenda dell’uomo che temporaneamente si apparta dalle mutevoli occorrenze della vita pratica, per attingere quel ch’egli ha in sé d’eterno e per trasferirvisi tutto. E non è fiacca ricerca d’oblio, né sterile e solitaria contemplazione: “gli antiqui uomini” sono realmente vivi nel suo spirito, e il suo colloquio con essi è un crescente arricchimento interiore quel suo “dimandarli ragione delle loro azioni” è tutto inteso alla scoperta di nuove verità, è l’intimo fermento polemico che annunzia la nascita di un pensiero nuovo” (Sapegno).

Par di vederlo il Machiavelli nel suo studio, “in questo quadro notturno, pieno di silenzio meditativo”: toccare quelle carte, sentirne il fruscio che è musica, sottolineare con il dito un paragrafo, chiedere all’autore del testo il vero senso di esso e, socchiuse le carte fra due dita, ascoltare devotamente la risposta. “Tutto mi trasferisco in loro… Mi immergo completamente in loro. Come dire: mi immedesimo talmente e tutto nei testi e nelle grandi imprese di cui leggo, da superare le mie miserie e sventure. “Non sento per quattro ore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte”. Ogni angoscia dell’esistenza è superata dal senso di una vita spirituale altissima che vince perfino la morte e il destino! E non è questo forse il potere e il valore terapeutico della lettura di cui si è detto sopra, soprattutto in certe particolari circostanze? E inoltre questo colloquio ideale con i grandi del passato, in particolare con gli storici e trattatisti, è utile al Machiavelli per ricavare le leggi generali dell’agire umano e politico. E’ quella “continua lezione delle cose antique” di cui aveva bisogno per dare base, ordine e significato a quella conoscenza che gli era derivata dalla sua personale e diretta azione politica di ben quattordici anni al servizio della Repubblica fiorentina per di più in quel complesso contesto di avvenimenti contemporanei drammatici e tumultuosi. In altri termini: ora poteva dare spessore ed estensione scientifica al suo pensiero che si proponeva come nuovo sapere storico e politico che diventava parte integrante della cultura rinascimentale. Infatti, è appena il caso di aggiungere che da queste “conversazioni” con autori antichi e dalle conseguenti fervide meditazioni ma anche dalle sue esperienze politiche precedenti, nascono quasi di getto le più grandi opere di Machiavelli, a cominciare dal Principe.

Nella lettura, fra passato e presente in Machiavelli, passato e presente in noi, si stabilisce una continuità: il passato – sia esso prossimo sia remoto – diventa un presente permanente. Anche noi, oggi, interroghiamo il Machiavelli e il segretario fiorentino ci risponde, così come egli, cinquecento anni fa, interrogava Tito Livio e gli altri grandi del passato e quelli gli rispondeano.

“Gli antiqui uomini” sono realmente vivi nello spirito e ci parlano: almeno finché ci sarà un uomo sulla terra che, per evitare il rischio di “ingaglioffirsi”, di avvilirsi, di allontanarsi dal se stesso più autentico, si rivolge ad essi. Il coraggio di Machiavelli e il nostro è di entrare in quello scrittoio, in quella stanza e rimanere in contatto con quell’essenza di noi che ci fa essere ciò che siamo. E siamo persone, individui che hanno una carta di identità con un nome e cognome, con una funzione o attività sociale ma pur sempre con un’ineliminabile dimensione umana individuale. E’ come avere uno zaino interiore in cui ciascuno, ogni giorno, ci mette le proprie esperienze, i propri interessi, i propri debiti e crediti, i propri ricordi, il proprio gruzzolo di sentimenti e di affetti, le ragioni delle proprie scelte e dei propri principi, in sintesi: la propria vita.

E, infine, accettiamo con gratitudine quell’augurio finale della lettera, che non è solo di maniera nella chiusura epistolare ma è sincero, cordiale cioè dettato dal cuore: Sis felix, stammi bene e che tu sia felice. Ne abbiamo veramente bisogno sempre ma soprattutto oggi!

Prof. Antonio Moretti

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