Marcantonio Colonna e la ‘sconfitta’ di Lepanto

Marcantonio Colonna e la ‘sconfitta’ di Lepanto

CULTURA:

Il nome di Marcantonio Colonna – insieme a quelli di Giovanni d’Austria e altri capitani – è rimasto ineludibilmente legato al trionfo riportato sui Turchi, nella Battaglia di Lepanto (7 ottobre 1571), che salvò la Cristianità dall’invasione ottomana. Al suo ritorno a Roma, come è ormai noto, a Marcantonio II vennero tributati da parte del papa e della città intera, i solenni onori del trionfo, alla maniera degli antichi condottieri delle legioni romane. Meno noto è l’atteggiamento del Colonna rispetto a queste pubbliche celebrazioni. Consapevole più della dimensione politica internazionale che di quella interna, egli è preoccupato della facile strumentalizzazione dell’avvenimento e supplica il pontefice di entrare semplicemente, «positivamente», in città. Giunto in segreto a Roma, l’ammiraglio vuole che si soprassieda ai festeggiamenti approntati, ma Pio V si dimostra irremovibile.

Marcantonio II e l’intero casato dei Colonna possono godere di un ruolo eminente all’interno dello Stato della Chiesa e della Monarchia cattolica solo fino al momento in cui all’interno del primo incarnano la latente quanto costante minaccia del Re Cattolico. L’eccessiva predilezione da parte del papa finisce per nuocere invece agli interessi della famiglia per un duplice ordine di motivi. Essa infatti può indurre Filippo II a trascurare le esigenze dei Colonna e a rivolgersi ad altri interlocutori, come ad esempio gli Orsini, i quali altro non aspettano che un’occasione per ghermire incarichi, onori, mercede e prebende. Il sovrano asburgico ha infatti bisogno negli ambienti aristocratici e curiali romani di alleati fidati che prepongano alla fedeltà al trono di Pietro la devozione alla Monarchia cattolica. L’aspirazione al governo di Milano e l’appoggio probabilmente richiesto a tale scopo a Giovanni d’Austria, fratellastro del Re e ammiraglio generale dell’Armata vittoriosa, sconsigliano a Colonna tanto da esibire legami troppo stretti con il pontefice quanto di essere protagonista di una cerimonia trionfale. Pio V che nel frattempo si prodiga tramite il nunzio a Madrid affinché a Marcantonio sia assegnato un incarico di governo nei territori della monarchia asburgica, sembra ingenuamente non rendersi conto della posizione di Colonna e decreta un trionfo che a Marcantonio suona come una sconfitta.

La mattina del 4 dicembre 1571 un lungo corteo parte dalla porta S.Sebastiano, supera gli archi di Costantino, Tito e di Settimio Severo, sfila sul Campidoglio, meta finale degli antichi trionfi, e prosegue dinanzi ai palazzi degli Altieri, dei Cesarini, dei Massimi fino a Monte Giordano e a S. Pietro, dove Marcantonio Colonna è atteso dal pontefice per una nuova celebrazione del Te Deum. Il corteo percorre l’antica via triunphalis, aperta da papa Paolo III, abbattendo i caseggiati medievali, in vista dell’ingresso in città dell’imperatore Carlo V nel 1535.

Lungo il suo cammino la sfilata incontra stazioni in cui iscrizioni latine salutano il vincitore, ultimo di una schiera che annovera Cesare, Costantino e i generali romani delle spedizioni contro i Parti. La città celebra se stessa e, decisa a cancellare i secoli del declino, rappresentati dal periodo della cattività avignonese, ricollega idealmente lo splendore papale a quello imperiale, tributando al suo ultimo comandante vittorioso un abbraccio riconoscente per averle offerto l’opportunità di una grandiosa renovatio degli antichi fasti: «Roma esultante in Dio abbraccia il suo chiarissimo cittadino vincitore».

Il corteggio trionfale è contraddistinto da un’esibizione di opulenza barbarica ed esotica, in cui i colori sgargianti delle giubbe e dei copricapi forniscono uno spettacolo sontuoso e inebriante, accompagnato dal suono continuo di tamburi e trombe e dal tuonare imperterrito dei cannoni di Castel Sant’Angelo. Velluti rossi cremisi ricamati d’argento e sete candide ornano i dodici caporioni della città, mentre il Gonfaloniere Giorgio Cesarini rifulge nel suo abito interamente d’oro e avanza con lo stendardo del popolo di Roma, seguito da una quantità di paggi, da Girolamo e Michele Bonelli, nipoti del pontefice, da Pompeo Colonna, il cugino e luogotenente di Marcantonio, e da Onorato Caetani, cognato di Colonna e comandante della fanteria. Quel che senza dubbio il grandioso numero di spettatori non riesce a nascondere è il fatto che tra la folla inneggiante che assiste alla sfilata mancano i principali aristocratici romani, i quali, pur avendo partecipato in gran numero alla battaglia di Lepanto, rimangono chiusi nei propri palazzi o ritirati nelle residenze di campagna, per evitare di rendere omaggio con la propria presenza a un loro pari assunto a un onore inusitato.

A chiudere il corteo, su un cavallo bianco, solo e disarmato, vestito di una semplice giubba nera ornata unicamente dal ciondolo del prestigioso ordine del Toson d’Oro – concessogli anni addietro da Filippo II e simbolo di una inestimabile fraternità cavalleresca – Marcantonio Colonna. La sua richiesta di entrare da privato cittadino in città non era stata presa in considerazione: la sola concessione del pontefice alla sobrietà auspicata dall’ammiraglio è data dall’assenza dei «carri pieni di spoglie de nemici e altre cose assai […] per riguardo al serenissimo don Giovanni d’Austria, sotto l’imperio e nel nome del quale si era combattuto».

Il sorriso con cui Marcantonio si presenta ai festeggiamenti che seguono la grande parata serve solo a mascherare la delusione per la certezza di aver perduto a Lepanto la battaglia per la quale aveva combattuto: apparentemente soddisfatto della vittoria navale sugli Ottomani, Filippo II ha infatti appena eluso la richiesta dell’ammiraglio pontificio di essere assegnato al governo di Milano, preferendogli Luis de Requesens, commendator mayor de Castilla. La promessa di un incarico viene rinnovata con espressioni di generica benevolenza, prive però di effettiva sostanza. Filippo II, probabilmente infastidito dagli onori e dal rilievo concessi a uno dei protagonisti di una battaglia che, nelle sue intenzioni, non avrebbe mai dovuto essere combattuta, non solo non tiene conto di Marcantonio nella nomina del nuovo governatore di Milano, ma non gli indirizza neppure una lettera di ringraziamento, inviandola invece a Paolo Giordano Orsini e a molti altri gentiluomini presenti a Lepanto. Solo qualche settimana più tardi, su consiglio di Juan de Zunica, suo ambasciatore presso la corte pontificia, che fa presente come l’abbandono dell’ammiragliato papale da parte di Marcantonio potrebbe comportare l’assegnazione dell’incarico a una persona assai meno gradita alla corona, Filippo II invierà poche laconiche righe di congratulazioni.

Le salve di cannone di Castel Sant’Angelo chiudono per Marcantonio l’effimera stagione della gloria. Se ne inaugura un’altra, in cui i successi militari e cortigiani lasciano il posto a molteplici, e spesso inani, sforzi per riconquistare il favore di Filippo II e vedere soddisfatte le aspettative coltivate da lungo tempo.

Immagine di copertina: Trionfo solenne fatta dall’Ecc.mo Sig.r Marcant.o Colonna in Roma doppo la felicissima Vittoria havuta dall’Armata Christiana contra Turchi. L’anno 1571.

Disegnatore: Chiari Alessandro; Incisori: Citterio Francesco; Camera Giuseppe Romolo

(Pompeo Litta,“Famiglie Celebri Italiane”, Milano 1819-1883)

Fonti bibliografiche: Bozzano N., Marco Antonio Colonna, Salerno Editrice, Roma 2003.

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