DANTE  E  LA SUA FIORENZA

DANTE  E  LA SUA FIORENZA

CULTURA:

Ospitiamo un altro interessante intervento del professor Antonio Moretti su Dante Alighieri. Stavolta la riflessione è su “Dante e la sua Fiorenza”. Non avremmo potuto chiudere meglio la ricorrenza del 700esimo anno dalla morte del Sommo Poeta.

L’epoca di Dante è caratterizzata da una profonda crisi della società medievale.  I fatti storici che contraddistinguono il Trecento sono in Europa la definitiva affermazione delle monarchie nazionali e in Italia il passaggio dal Comune alle Signorie e alle Repubbliche. Assistiamo, in campo economico, all’intensificazione dei traffici e dei commerci, sostenuti da una complessa organizzazione economica e finanziaria. “Dante partecipa, anzi è fra i rappresentanti e gli artefici più notevoli, di questo momento che conclude  il Medioevo e prepara il Rinascimento. In Dante confluisce e si esemplifica la crisi degli istituti e delle forme  della civiltà medioevale” (Sapegno). Anche la bella e opulenta Firenze, pur con i suoi aspetti di modernità, non sfugge ad un processo disgregativo e alla corruzione dei costumi. E Dante in prima persona sperimenta una Firenze lacerata da contrasti civili e lotte fratricide, odi familiari, rancori privati, conflitti d’interesse fra le classi sociali, cupidigie, ambizioni e prepotenze. L’instabilità e la mutabilità  delle leggi peggiorano la situazione e impediscono ogni progresso.

Verso questa Firenze, sempre al centro del suo interesse umano, morale e politico, Dante prova sentimenti contrastanti ma tutti veri e sinceri.

Dal 1295 Dante partecipa alla vita politica in diversi organismi cittadini del comune, è anche nominato fra i sei priori, magistrati supremi del comune. Rimane estraneo alle lotte, anche sanguinose, fra Guelfi bianchi e Guelfi neri, che facevano capo alle due famiglie dei Cerchi e dei  Donati.  1301: Carlo di Valois (fratello di Filippo IV re di Francia), con la complicità di Bonifacio VIII, entra in Firenze e con lui i Neri esiliati che prendono il potere e si vendicano, con sopraffazioni, dei Bianchi. A partire dal 1302 per Dante inizia un lungo (20 anni) e doloroso esilio: senza patria e senza partito, oppresso dalla povertà, in una tragica ed eroica solitudine e in un’esistenza raminga e umiliata. L’esilio ha dato alla sua personalità un’impronta crucciosa e malinconica, risentita e fiera. Ma l’esilio è stato anche una grande scuola che ha consentito a Dante: il distacco del suo animo dalle piccole passioni politiche, dagli odi di parti, dai desideri di vendetta; la capacità di sollevarsi dai casi personali verso un’ampia riflessione sulla storia; l’approfondimento della conoscenza degli uomini, delle loro virtù e delle loro bassezze; l’ostinazione a credere nel bene, nella pace, nella salvezza e nella giustizia nonostante i disagi, le pene e le amarezze dell’esilio; la persuasione  profonda di una Provvidenza che guida la storia dell’uomo.  In breve: l’esilio ha consentito a Dante di innalzare il suo giudizio sugli eventi personali e storici contemporanei e di maturarlo in convinzioni incrollabili.

Dante con l’esilio ha pagato il suo attaccamento gratuitoalla sua città. Il suo amore  per Firenze durerà sempre ma senza condizioni: il suo orgoglio e la sua dignità gli impediscono di rinnegare minimamente il suo passato e le sue azioni disinteressate. Non può derogare alla fama e al proprio onore, in cambio di un rimpatrio. Lo rifiuta sdegnosamente  non volendo paragonarsi a “un Ciolo qualsiasi o altro infame” fiorentino.

Ma l’orgoglio e il risentimento non gli impediscono di ricordare questa città con nostalgica tenerezza e con toni affettuosi e di esprimere il dolore per la  lontananza da essa.  “Io fui nato e cresciuto sovra ‘l bel fiume d’Arno a la gran villa” (Firenze città); la gloriosa  “figliola e creatura di Roma”; la città tanto  cara al mio cuore e tanto desiderata nel lungo e aspro esilio come la più bella parte della terra (De vulg. eloq. I. VI, 3) ; “il bello ovile ov’io dormi’ agnello”; “il mio bel San Giovanni” (il battistero); “il dolce seno di Fiorenza, sul quale nato e nutrito fui in fino al colmo della vita mia”. Prova pena e pietà per la sua città: “Oh misera, misera patria mia! quanta pietà mi stringe per te” (Conv. IV, XXVII,11). Sente anche l’orgoglio delle sue radici con la nascita proprio a Firenze: “Incipit Comedia Dantis Alagherii, Florentini natione non moribus” (Incomincia la Commedia di Dante Alighieri, fiorentino di nascita ma non di costumi). E la profonda e pungente nostalgia dell’esule  che ricorda i “dolci amici” lasciati in Firenze.  E anche la giusta  preoccupazione per i familiari rimasti in essa, in balia delle ritorsioni dei Neri. Rimane sempre viva la speranza di tornare al “dolce seno” di Fiorenza “nel quale pur desidero con tutto lo core di riposare l’animo stancato e terminare lo tempo che m’è dato” (Conv. I, III, 4)

Ma spesso questo amore per Firenze pur rivestito di doloroso sarcasmo, di pena e di pietà, non gli preclude di formulare, anche con grande sdegno e collera, accuse e invettive. Dante, con intento polemico, stigmatizza: “la gente nuova, e i subiti guadagni, orgoglio e dismisura han generata, Fiorenza, in te, sì che tu già piagni” (Inf. c. XVI, 73-75). Firenze, nido di ogni vizio e corruzione, già pianta di Lucifero, produce e spande il maladetto fiore (fiorino)! (Par. IX vv.127-129). “Superbia, invidia e avarizia sono le tre faville c’hanno i cuori accesi” dice il fiorentino Ciacco al fiorentino Dante (Inf. c.VI vv. 64-65) e così sarà ribadito da messer Brunetto Latini, maestro di Dante: in Firenze domina “la gente avara, invidiosa e superba”. La cupidigia impedisce agli uomini di misurare le cose in base ai parametri di equità e di giustizia. C’è poi la classe  dei magnati di Firenze, capitanata da un campione del malaffare come messer Corso Donati, che è destinata a riempire il suo Inferno di fiorentini falsari, traditori, assassini, falliti, eretici, ladri, usurai:

Godi, Fiorenza, poiche se’ sì grande
che per mare e per terra batti l’ali,
                                     
e per lo ‘nferno tuo nome si spande! 
(Inf. c. XXVI, vv. 1-3)

Con feroce polemica chiama la Toscana intera “la maledetta e sventurata fossa” della quale dovrebbe scomparire perfino il nome!  I Casentinesi, gli Aretini, i Fiorentini e i Pisani sono paragonati ad animali: brutti porci, cani ringhiosi, lupi feroci, volpi ingannatrici, come se avessero subìto una trasformazione da parte della maga Circe, (Purg. c. XIV).  Di lucchesi, poi, già furbi barattieri in terra, è zeppa la quinta bolgia  del  Cerchio VIII dell’Inferno, tuffati nella pece bollente e dilaniati con ferri uncinati dai diavoli (Inf. c. XXI). E Pistoia. La città verso cui Dante mostra un vero odio e che, con una tremenda invettiva,  avrebbe voluto incenerire. Fu “degna tana” di Vanni Fucci, detto <bestia>, d’indole violenta e rissosa, ladrone e assassino, il più grande delinquente che Dante colloca nell’Inferno, fra i ladri e anche lì si comporta da sordido bestemmiatore (Inf. cc. XXIV e XXV).

Questa visione storica pessimistica si allarga da Firenze all’Italia “nobilissima regio Europae” (Mon. III, III, 216), eletta dalla Provvidenza ad essere il giardino dell’Impero”, che, con la sua gente per nobiltà e virtù meglio di ogni altra, è disposta da natura a reggere il mondo (Conv.IV,IV,10). Una sorta di sacralità che investe l’Italia e Roma.                                

Ecco invece la situazione attuale: l’Italia è lacerata da lotte intestine, non è più domina provinciarum(signora dei popoli) “ma bordello”, nido di corruzione e serva delle passioni, fiera selvaggia restia ad ogni disciplina e a ogni legge:

Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!
   (Purg. c. VI vv.76-78)

Il compianto triste si estende all’accorata desolazione di vedere una “Roma che piagne vedova e sola, e dì e notte chiama: <Cesare mio, perché non m’accompagne?>”                                                                                             Ma la visione storica di Dante si amplia ulteriormente. La tragedia delle istituzioni e dei valori ha colpito la cristianità intera. Ovunque ormai regna un immenso e desolante quadro di usurpazioni, di sfrenate passioni, di ingiustizia, di corruttela, di violenza brutale.

Questo giudizio negativo di Dante su Firenze, sull’Italia e sul mondo è dovuto: all’amara esperienza della politica comunale  in fase di decadenza, al suo  rancore personale e  ad una valutazione generica sui fatti dell’Italia, dell’Europa e di un Impero universale che ormai non è più tale.  Ed è così corrucciato il suo animo che Dante non vede il presente anche con le sue bellezze, glorie e conquiste, vede solo le brutture e le vergogne di esso. E si rifugia perciò in un passato, mai esistito storicamente ma integrato in un ideale e necessario equilibrio, come un patrimonio spirituale dell’uomo, come un Eden perduto da riconquistare.

“Da questa condizione di cose, considerata e riconsiderata, sofferta e dreprecata invano, l’animo di Dante viene trasportato verso due estremi: l’ammirazione per il passato, l’accoramento e lo sdegno per il presente… Il disgusto per il presente porta naturalmente all’ammirazione del passato, e così la fantasia si può accendere nella raffigurazione ed esaltazione delle grandi figure del passato più conformi agli ideali civili e religiosi  del poeta” (Barbi).

Anche le vecchie famiglie feudali suscitano in lui la nostalgia e il rimpianto di quel tempo.  E’ teneramente accorato Dante quando scrive:

Fiorenza dentro da la cerchia antica…

si stava in pace, sobria e pudica.

Non avea catenella, non corona,

non gonne contigiate, non cintura

che fosse a veder più che la persona. (Par. c. XV- vv.97-102)

Firenze allora era una città bene ordinata e felice, virtuosa e tranquilla. Come società civile: senza lotte  intestine, frugale ed onesta, morigerata, senza sfarzo, con il riposato vivere dei suoi cittadini, senza l’ingordigia e l’avidità del guadagno, senza ancora l’arte e le astuzie della mercanzia e del potere economico con il suo strumento: il “maladetto fiore”! Ma anche i valori eterni dell’uomo erano affermati: l’onore, la cortesia, la fedeltà, l’amore. E’ il suo trisavolo Cacciaguida (morto in Terrasanta durante la seconda crociata) che rievoca a Dante questa città e la semplicità degli antenati. E racconta: in quel tempo il patrizio Bellincion Berti vid’io andar cinto di cuoio e d’osso, (portava una veste stretta  da una cintola di cuoio chiusa da una semplice fibbia di osso) e venir da lo specchio la donna sua sanza ‘l viso dipinto”. E le donne badavano all’andamento della famiglia come cullare i figlioli e curare la casa anche filando “al fuso e al pennecchio” . Vivevano con i loro mariti che non andavano a mercanteggiare in Francia e per il mondo e quindi non lasciavano le case vuote e tutti  erano sicuri di essere sepolti nella loro chiesa.

In chiusura due brevi giudizi.

Michele Barbi (filologo e dantista affermato): “Il poeta, si capisce, giudica tutto dalle inquietudini e dagli odi che sconvolgono la sua Firenze e l’Italia e dalla condizione di tanti infelici esuli dalla patria dei quali partecipa la sorte, con un amaro pessimismo che gli impedisce di vedere tanti segni di progresso nella sua città e in ogni altra parte della penisola: è una visione ristretta e in parte non vera, ma è una visione in cui tutto il gran cuore di Dante si effonde, e ne sgorga la più alta poesia”.

Gli fa eco G. Salvemini(storico e politico di grande merito): “Questa sete sempre delusa, eppure sempre rinnovata, di giustizia, questa contraddizione perenne, in cui l’uomo spasima, fra il suo ideale di vita e la miseria di ogni giorno, danno al pensiero e all’arte di Dante il fascino di quegli eroi dello spirito, che negano il loro tempo per affermare i valori eterni dell’umana moralità. E quel fascino ci conquista anche oggi, dopo che le passioni e le speranze, per cui Dante lottò e soffrì, sono da secoli svanite”.                                                                        prof. Antonio Moretti

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