RICORDI DI GUERRA

RICORDI DI GUERRA

 Premessa

       Ieri.  Avevo pochi anni, ma già tanti per attaccarmi a quell’ambiente in cui sono nato e cresciuto; per attaccarmi al paese con le piazzette chiassose, i selciati lucidi, le casucce addossate le une alle altre, i tetti di ruggine, i camini fumanti; per attaccarmi ai campi promettenti o avari, ai sentieri polverosi, all’aria respirata, al freddo, alla neve; per attaccarmi alle persone vere con le mani callose abituate da sempre ad una vita semplice ma solida, fatta anche di stenti e impastata di fatica. E soprattutto per attaccarmi alla famiglia che mi ha dato il coraggio per affrontare la vita, anche quando tutto sembra crollarti addosso, e che ha impresso in me quell’amore per il focolare che ho portato sempre nella mente e nel cuore anche quando, a undici anni, per opportunità ma con sofferenza, sono andato via da esso.

      Seguono due episodi che mi hanno riguardato, riferiti al tempo di guerra. Per tante persone potrebbero essere piccoli riferimenti di cronaca che hanno riguardato un bambino, perduti nel tempo e nello spazio e quindi  insignificanti. Per me invece sono diventati trama della mia storia. E quando certi fatti ti entrano nella mente, nel cuore, nel corpo diventano ricordi e la memoria di essi ti segue per il resto della vita perché sono tuoi, ti appartengono, campassi cent’anni. Con tutte le sensazioni e le emozioni connesse a quella pagina di vita vissuta, al tempo di guerra.

     Oggi. In queste ore tante persone, tanti bambini in Ucraina muoiono, uccisi dalle bombe, o vivono con terrore le tremende, angosciose e violente esperienze di guerra, soprattutto i bombardamenti che sventrano, senza pietà, le persone e le case.  Si tratta di esperienze tragiche e rovinose, capaci di segnare una persona, soprattutto un bambino, per il resto della vita. Sergio Mattarella, come Presidente della Repubblica ma anche come uomo attento e sensibile a ciò che accade, bene sintetizza il quadro: “Ieri si è abbattuta sull’Europa una nuova tragedia. Si è abbattuta con violenza non su un solo paese ma sull’intera Europa, mettendo in pericolo pace e libertà. Quanto è avvenuto riguarda direttamente ciascuno di noi. Non possiamo accettare che la follia della guerra distrugga quello che i popoli dell’Europa sono stati capaci di costruire e realizzare in termini di collaborazione, pace e ricerca di obiettivi comuni”. Non meno esplicito Mario Draghi: “L’offensiva ha già colpito in modo tragico la popolazione ucraina, le immagini a cui assistiamo sono terribili e ciriportano ai giorni più bui della storia europea“.  Con un’espressione sintetica e dolorosa Papa Francesco riassume: “Chi fa la guerra dimentica e tradisce l’umanità” e anche “Ho il cuore straziato, tacciano le armi. Dio non sta con chi usa la violenza”.

      Domani. Quale domani? Non resisto alla tentazione di chiudere questa premessa con una considerazione improntata a pessimismo. Perché il futuro assomiglia al passato. In Europa e nel mondo, nel secolo scorso (non nell’antichità, non nel Medioevo), due guerre totali (devastanti sul piano individuale, morale, sociale, politico, economico) e mondiali (coinvolgenti tutte le nazioni), con quell’atrocità e spaventosità che le hanno contraddistinte, non sembrano avere insegnato nulla! E allora come non dare ragione al Manzoni quando scriveva, con tristezza e amarezza: “La storia insegna che la storia non insegna nulla”. Oppure a chi  si esprimeva in modo ancor più tragico, crudele e disperato: «Forse la Terra è l’inferno di un altro pianeta» (A. Huxley).

PARTENZA SENZA RITORNO

        A guerra incominciata già da qualche anno, noi bambini, una decina circa, giocavamo a nascondino in una piazzetta selciata di un paesino dell’Abruzzo di poche centinaia di anime. Mi ero nascosto dietro una  scaletta di legno di una casuccia lì vicina. Sento e vedo scendere da quella scaletta un bell’uomo, alto, con la divisa grigioverde di militare. Era zio Domenico. Gli raccomando a voce bassa di non dire agli altri che ero nascosto lì dietro. Sorride poi mi prende delicatamente per mano e mi porta al centro della piazzetta dove c’erano gli altri bambini. Lentamente si toglie lo zaino militare dalle spalle, lo mette per terra e vi poggia sopra il cappello di alpino con la penna nera. Ci prende in braccio uno ad uno a cominciare dai figli. Ci fa una carezza e ci dà un bacetto sulla fronte. Poi si rimette lo zaino sulle spalle e il cappello in testa, senza dire una parola. Visibilmente commosso e fortemente emozionato stringe le labbra e socchiude gli occhi umidi di pianto. Poi si avvia in una viuzza del paese e scompare. Chiedo al cugino più grande: “Dove va tuo padre?” Mi risponde: “Va alla guerra in Russia”…

       Finisce la guerra, una brutta guerra, passano i mesi e gli anni, ma zio Domenico non è mai più tornato da quella sciagurata campagna di Russia e di lui non è stata mai data alcuna notizia. “Disperso in guerra” è stato poi sbrigativamente inserito nei bollettini militari, come le decine e decine di migliaia di altri soldati. Che prima di essere soldati del regio esercito italiano erano padri, mariti, figli, fratelli… Ognuno con una sua carta di identità e una ineliminabile dimensione umana individuale e sociale, con i suoi sentimenti e le sue affezioni. E, sono sicuro, zio Domenico si sarà portato nel cuore, insieme all’affetto per la moglie, i figli e noi tutti, perfino le pietre della propria casa di quel paesuccio dell’Abruzzo

      E mentre lui scompariva e si disperdeva in Russia, qui in Italia comparivano gli aerei rumorosi che gettavano le bombe che fischiavano, che scoppiavano dappertutto e che ci stordivano anche dentro le grotte in cui ci si riparava. Con le bombe arrivavano anche i soldati stranieri: prima quelli tedeschi con le loro prepotenze e i rastrellamenti e poi quelli americani, inglesi e francesi, pronti a far valere la loro  superiorità e arroganza. E, sempre e dappertutto, c’erano pianto e fame ma anche tanta speranza di uscire da quella brutta guerra…

       Negli anni seguenti, di fronte alle lacrime, al dolore e all’angoscia di mia zia e dei miei cugini mi sono sempre interrogato sul destino di zio Domenico. Sarebbe stata peggiore la morte, sempre presente in una guerra ma sopraggiunta per lui nella gelida steppa russa, con una pallottola o con una baionettata o con la fame, il congelamento, i tormenti, gli stenti in un campo di internamento? In ogni caso, con la morte, almeno sarebbe stato messo in una fossa in cui riposare sotto una croce di legno e dimenticare tutto, soprattutto l’assurdità e la crudeltà di quella brutta guerra! Oppure – mi chiedevo – sarebbe stato peggiore il dubbio sul destino di quell’uomo “disperso”. Disperso, scomparso, svanito. Quando? Dove? Come? E, in ogni caso, quale grande causa avrebbe meritato il sacrificio di una vita insieme a quello della sua famiglia? Il re e la patria avrebbero mai saputo di quella vita e di quella morte?

ANCORA BOMBE DOPO LA GUERRA

    Quella brutta guerra era appena finita. Ma non è stato facile voltare pagina e dimenticarla. Le guerre incominciano quando sono dichiarate e finiscono quando si posano per terra i fucili. Ma non è così. Nessuna guerra si è veramente conclusa con i trattati di pace o con le conferenze dei vincitori e dei vinti. Già dopo la prima guerra mondiale, che pure  era finita con la nostra vittoria, abbiamo conosciuto “gli ingiusti trattati” o “le vittorie mutilate”. Condizioni di vita stentata, faticosa e miserevole, paura, stanchezza, risentimenti, rancori, desideri di vendetta, rabbia, fame e disperazione, quasi mai rassegnazione, conseguono spesso alle date formali di fine guerra.

      E ancor peggio, l’abitudine alla morte!  Così Ungaretti, che la prima guerra mondiale aveva fatto e ben conosciuto, conclude una sua poesia intitolata “Sono una creatura”“la morte / si sconta / vivendo”.

        E tutto questo vale per gli adulti ma anche per i bambini.

     Qualche botto fragoroso e improvviso ce la ricordava ancora quella brutta guerra. E a proposito di botti, ricordo, bambino di cinque anni, che si stava giocando in un prato vicino al nostro paesuccio di poche centinaia di anime. In quel prato si erano accampati i tedeschi che poi confusamente si erano ritirati per ricongiungersi alle colonne di quelli che provenivano da Cassino. I tedeschi avevano lasciato quel prato in fretta e furia e in grande disordine. Non c’era stata alcuna bonifica di questi ambienti da parte delle autorità come neanche in tante altre parti della penisola occupata… Nel nostro gioco un bambino faceva vedere un oggetto qualsiasi agli altri compagni che subito dopo si “cecavano” (si coprivano gli occhi) per non vedere dove quel bambino avrebbe nascosto quell’oggetto e che loro poi avrebbero dovuto cercare e trovare. A gioco più che iniziato arrivò anche un altro ragazzino, alquanto indisciplinato e presuntuoso, che voleva partecipare al gioco. Al nostro rifiuto disse che avrebbe comunque trovato l’oggetto nascosto perché aveva capito quale poteva essere. Voleva imbrogliarci ovviamente. Si diresse verso un cespuglio un po’ più lontano e incominciò a frugarci dentro. Dopo un po’ trovò una strana cosa e ce la mostrò da lontano per ricevere da noi la conferma di aver trovato l’oggetto nascosto. Alla nostra negazione lanciò arrabbiato quella cosa sopra un mucchio di sassi lì vicino a lui. All’improvviso ci fu un lampo accecante e un tremendo boato. Era una bomba, un ordigno esplosivo abbandonato dai tedeschi nella fretta della ritirata, insieme a tanti altri e diversi materiali.

     Appena ripresi dallo spavento ci siamo messi a correre disordinatamente e poi ci siamo avvicinati al compagno che giaceva, privo di sensi, in una pozza di sangue. Aveva perduto una mano, un occhio e aveva tante altre escoriazioni e lacerazioni sanguinanti e profonde in tutto il viso e nel resto del corpo. Vennero anche i grandi. Si formò un crocchio di persone: chi cercava i propri figli, chi compassionava, chi commentava, chi chiacchierava, chi bestemmiava. Mancavano proprio i genitori del bambino che erano andati a coltivare un campicello vicino al fiume. Qualche donna fasciò, alla meno peggio con cenci, rimediati lì per lì, quelle ferite per fermare la perdita di sangue. Poi lo portarono, a dorso di un asino (non c’erano ancora auto o corriere nel paese) da un medico nella cittadina vicina. Per sua e nostra fortuna, sopravvisse, anche se per il resto della vita si portò appresso quelle amputazioni e ferite e con esse lo spavento e il trauma dello scoppio in quel prato.                    

    Ma anche per noi altri bambini è stata e rimarrà per sempre un’esperienza tragica e rovinosa, capace di segnarci per il resto della vita. Di notte e per tanto tempo ancora risentivo quello scoppio e vedevo quella luce abbagliante così come avevo visto e sentito le bombe che qualche tempo prima erano cadute dagli aerei rumorosi sui paesi e città, durante quella brutta guerra.

Prof. Antonio Moretti

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